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L'imprenditore rosso | blog di Walter M. Rathenau

Vecchio al ponte

hemingway

Questo breve racconto si svolge, come il grande romanzo Per chi suona la campana, durante la Guerra di Spagna, alla quale Hemingway partecipò. un racconto breve e intensissimo, fatto della sua scrittura costruita sui dialoghi e povera di aggettivi, una scrittura modernissima.

Seduto su un lato. della strada c’era un vecchio con gli occhiali dalla montatura metallica e gli abiti molto impolverati. Sul fiume c’era un ponte di barche, e carretti, camion, uomini, donne e bambini

l’attraversavano. I carri tirati dai muli stentavano a salire l’argine ripido del fiume, ed i soldati aiutavano spingendo i raggi delle ruote. I camion mordevano la strada allontanandosi veloci; i

contadini marciavano faticosamente nella polvere, alta fino alle caviglie. Ma il vecchio se ne stava seduto senza muoversi. Era troppo stanco per andare avanti.

Io avevo l’incarico di passare i1 ponte, perlustrare la zona retrostante ed accertare fino a che punto fosse venuto avanti il nemico.

Lo feci, e tornai al ponte. C’erano ora meno carriaggi e poca gente a piedi; ma il vecchio era ancora là.

- Da dove venite? – gli chiesi.

- Da San Carlos, – disse lui, e sorrise.

Era il suo paese natale e gli faceva piacere nominarlo. Per questo sorrise.

- Badavo alle bestie, – spiegò.

- Oh, – dissi io. Ma non capivo bene.

- Sicuro, – disse lui. – Ero rimasto là, capite, per badare alle bestie. Sono stato l’ultimo a lasciare San Carlos.

Non aveva l’aria d’un pastore né d’un mandriano; io guardai gli abiti neri e polverosi, la faccia grigia e coperta di polvere, gli occhiali dalla montatura metallica, e dissi: – Che bestie erano?

- Diverse bestie, – disse egli, e scosse il capo. – Ho dovuto lasciarle.

Io guardavo il ponte e il paesaggio del delta dell’Ebro, un paesaggio che sembrava Africa, e mi chiedevo fra quanto tempo avremmo visto i nemici, ero in attesa dei primi rumori che avrebbero

annunciato quel misterioso avvenimento che si chiama contatto; ed il vecchio era seduto là.

- Che bestie erano? – chiesi.

- Tre specie di bestie, – il vecchio spiegò. – Due capre, un gatto e quattro paia di piccioni.

- E avete dovuto lasciarle? – chiesi.

- Sì. Per l’artiglieria. Il capitano mi ha. detto di andarmene, per causa dell’artiglieria.

- E non avete famiglia? – io chiesi, e guardavo l’altra estremità del ponte dove gli ultimi pochi carri discendevano in fretta la scarpata dell’argine.

- No, – egli disse. – Soltanto le bestie che ho detto. Il gatto naturalmente se la caverà. Un gatto sa badare a se stesso, ma non so cosa sarà delle altre.

- Di che idea politica siete? – chiesi.

- Non ho idee politiche, – disse il vecchio. – Ho settantasei anni. Ho fatto dodici chilometri e credo di non poter andare più avanti.

- Questo non è un posto buono per fermarsi, – io dissi.

- Se ce la fate ad arrivare fin là, al bivio per Tortosa passano dei camion.

- Aspetterò ancora un poco, – egli disse, – poi ci andrò. Dove vanno i camion? .

- Verso Barcellona, – dissi io.

- Non conosco nessuno da quelle parti, – disse lui, – ma grazie molte. Di nuovo molte grazie.

Mi guardò con aria stanca indifferente, poi, dovendo dividere la sua pena con qualcuno, disse: – Il gatto se la caverà, ne sono sicuro. Non c’è ragione di stare in pensiero per il gatto. Ma le altre bestie. Voi cosa credete che sarà delle altre bestie?

- È probabile che se la cavino benissimo anche loro.

- Credete?

- Perché no? – dissi, e guardavo la riva opposta dove non c’erano più carri.

- Ma come faranno sotto il tiro dell’artiglieria, quando a me per causa dell’artiglieria hanno detto di andarmene?

- Avete lasciata aperta la gabbia dei colombi? – dissi.

- Si.

- Allora voleranno via.

- Certo, voleranno via. Ma le altre? È meglio che non pensi alle altre, – disse.

- Se vi siete riposato, io al vostro posto mi avvierei, – gli feci fretta. – Alzatevi ora e cercate di camminare.

- Grazie, – disse e si alzò in piedi, oscillò su un fianco e sull’altro, poi ricadde a sedere nella polvere.

- Badavo alle bestie, – disse con voce monotona, non più rivolto a me. – Ero solo uno che badava alle bestie.

Non c’era niente da fare con quel vecchio. Era il giorno di Pasqua, e i fascisti stavano avanzando verso l’Ebro. Era una giornata grigia, con un soffitto di nuvole basse, e perciò non c’erano

aeroplani. In questo fatto, e nel fatto che i gatti sanno sempre badare a se stessi, consisteva tutta la fortuna che quel vecchio potesse aspettarsi di avere.

 

 

Kafka: cara Felice, so anche ridere

Anche Kafka sa ridere. in questa bellissima lettera alla fidanzata Felice Kafka narra un episodio in cui scoppia a ridere di fronte al presidente della società in cui lavorava. una situazione fantozziana, più che kafkiana. Una lettera bellissima, letta nella puntata del 25 febbraio di #QuanteStorieSai per #Uniso@und

da: Lettere a Felice, Milano, Mondadori, 1982, pagg. 218/222

So anche ridere, Felice, non dubitare, sono persino noto per le mie grasse risate, ma in altri tempi ero molto più matto di oggi. Mi è persino capitato di essermi messo a ridere in una solenne conversazione col nostro presidente (sono passati già due anni ma nell’Istituto il fatto è già leggenda e mi sopravvivrà); ma come? Sarebbe troppo lungo spiegarti l’importanza di quell’uomo, perciò credimi che è assai notevole, e un normale impiegato dell’Istituto se lo figura non su questa terra, ma sopra le nuvole. E siccome in genere non abbiamo molte occasioni di parlare con l’imperatore, quest’uomo sostituisce, per l’impiegato normale (come suppergiù avviene in tutte le grandi aziende), il senso di un incontro con l’imperatore. Anche quest’uomo come chiunque si sia esposto all’osservazione generale e la cui posizione non corrisponda interamente ai propri meriti, ha parecchi lati ridicoli, ma per lasciarsi indurre a ridere da questo fatto ovvio, da questa specie di fenomeno naturale, e persino alla presenza del grand’uomo, bisogna proprio essere segnati da Dio. Noi, cioè due colleghi e io, proprio allora eravamo stati promossi di grado e dovevamo andati in solenne abito nero a porgere i nostri ringraziamenti al presidente, e qui non devo dimenticare che per un particolare motivo devo al presidente una particolare gratitudine. Il più degno di noi tre (io ero il minore) tenne il discorso, breve, intelligente, fiero, come rispondeva al suo carattere. Il presidente stette a sentire nel suo atteggiamento solito, raffinato per l’occasione solenne, tale da ricordare un po’ l’atteggiamento del nostro imperatore nelle udienze, e di fatto (se si vuole e non si può altrimenti) comicissimo. Le gambe un po’ incrociate, la mano sinistra stretta a pugno e posata sull’estremo angolo della scrivania, la testa china di modo che ‘la grande barba bianca si incurvava sul petto, la pancia non troppo grande ma pur sempre prominente, un po’ ondeggiante- Devo essere stato allora di un umore molto sfrenato, poiché  conoscevo già quell’ atteggiamento e non era affatto necessario che, sia pure con interruzioni, avessi brevi accessi di riso che però era ancora facile far passare per stimoli di tosse, tanto più che il presidente non alzava gli occhi. D’altro canto la voce chiara del mio collega che guardava pur davanti a sé e notava benissimo le mie condizioni, ma senza lasciarsene influenzare, mi teneva abbastanza in freno. Finito il discorso del collega, il presidente alzò il viso e  lì per lì fui colto da uno spavento senza ridere perché ora egli poteva

anche vedere la mia espressione e stabilire facilmente che il riso proveniente purtroppo dalle mie labbra non era affatto tosse. Quando però cominciò il suo discorso, anche questo solito, ben noto da un pezzo, schematico come quelli dell’imperatore, accompagnato da accenti profondi, assolutamente insulso senza alcuna ragione; quando il mio collega cercò di mettermi in guardia con occhiate di sbieco, mentre appunto cercavo di dominarmi, e in tal modo non faceva che rammentarmi il godimento delle risate precedenti, non potei più tenermi e perdetti ogni speranza di poterlo fare. Sulle prime risi soltanto ai garbati scherzetti che il presidente intercalava qua e là; ma mentre è norma che a questi scherzi si atteggi soltanto la bocca a un sorriso di rispetto, io già ridevo a crepapelle, vedevo i miei colleghi allibire per paura del contagio, avevo più pietà di loro che di me, ma non riuscivo  a frenarmi e non cercavo neanche di voltarmi o di portare la mano alla bocca, ma nella mia disdetta continuavo a fissare il presidente incapace di volgere il viso altrove, supponendo probabilmente per istinto che era impossibile migliorare la situazione, e che potevo sol.

tanto peggiorarla e perciò era preferibile evitare qualsiasi mutamento. Una volta avviato risi poi beninteso non soltanto agli scherzetti presenti, ma anche a quelli passati e futuri, tutti insieme, e nessuno capiva di che cosa veramente stessi ridendo; seguì un imbarazzo generale, soltanto il presidente era ancora relativamente impassibile, da grande uomo avvezzo a molte cose del mondo, incapace di ammettere l’eventualità di una mancanza di rispetto per la sua persona. Se in quel

punto ce la fossimo svignata (poteva darsi anche che il presidente abbreviasse un po’ il suo discorso) ce la saremmo cavata ancora bene, il mio comportamento sarebbe stato certo indecente, ma questa indecenza non sarebbe diventata oggetto di discorsi e la questione, come spesso avviene in questi casi apparentemente impossibili, si sarebbe liquidata col tacito accordo del quattro partecipanti. Per disgrazia invece il collega non nominato (un uomo quasi quarantenne dal viso tondo infantile, ma barbuto, gran bevitore di birra) cominciò un discorsetto del tutto inatteso. Sull’istante mi parve proprio incomprensibile, egli era già sconcertato dalle mie risate, aveva avuto le guance gonfie dalle risa tenute in freno e… ora attaccava un discorso serio. Lo si poteva anche comprendere, poiché ha un carattere focoso, è capace di difendere all’infinito e con passione

affermazioni riconosciute da tutti, sicché la noia di quel discorso era insopportabile senza il lato ridicolo e simpatico della sua passione. Il presidente aveva detto nella sua innocenza qualcosa che non andava a genio a questo collega; oltre a ciò, questi, forse sotto l’influsso delle mie risate ormai ininterrotte, aveva un po’ dimenticato dov’era, pensava insomma che quello fosse il momento buono per esporre le sue particolari opinioni e convincerne il presidente (beninteso del tutto indifferente alle parole altrui). Allorché dunque con larghi gesti delle mani tirò fuori alcune frasi melense

(in genere e qui ‘in particolare) fu troppo per me, il mondo che fino a quel momento avevo ancora avuto davanti agli occhi scomparve del tutto e attaccai una risata così cordiale, così forte, così priva di riguardi, come si può forse fare soltanto tra alunni del popolo sui banchi di scuola. Tutti ammutolirono e io diventai finalmente, a furia di ridere, il centro riconosciuto: naturalmente, mentre ridevo, le ginocchia mi tremavano dalla paura, i miei colleghi poterono ridere a loro volta e a piacimento, senza però raggiungere l’orrore delle mie risate così a lungo preparate ed eseguite,

che rimasero relativamente nell’ombra. Con la destra sul petto, un po’ conscio del mio peccato (ricordando il giorno del gran digiuno) un po’ per togliermi dal petto il gran ridere contenuto, porsi numerose scuse di quel ridere che forse erano molto convincenti, ma in seguito all’esplodere di sempre nuove risate non furono affatto comprese. Ora persino il presidente era sconcertato e col senso che a costoro è innato insieme con tutte le risorse del caso di smussare possibilmente gli incidenti, trovò non so che frase per dare una spiegazione umana alle mie risate, un rapporto, credo, con uno scherzo che aveva detto molto tempo prima. Poi ci congedò in tutta fretta. Invitto, tra grandi risate, ma disperatamente infelice, uscii per primo dalla sala barcollando. Con una lettera che mandai subito al presidente, con l’intervento di un suo figliolo, mio buon conoscente, e infine col passar del tempo, l’incidente si placò, senza beninteso il perdono completo che non otterrò mai. Ma non m’importa molto. Allora lo feci forse soltanto per poterti dimostrar un giorno che so anche ridere.

Lo storytelling, il gossip e l’evoluzione della specie

Parlare di storytelling è diventato di moda.

Che poi il termine si può tradurre tranquillamente con “raccontare storie” come vorrebbe Anna Maria Testa, che ha fatto un appello per non usare gli anglismi quando non è necessario. Ma, comunque vogliamo chiamarlo, raccontare storie è diventato un tema trasversale.

Perché ci siamo accorti che raccontare storie è così importante? I pubblicitari non si preoccupano più di spiegare che il loro detersivo “lava più bianco”, ma costruiscono l’immagine della marca attraverso raffinate e sofisticate storie che stanno sostituendo i tradizionali spot. Si pensi alle vere e proprie mini serie che costruiscono le compagnie di telefonia mobile, affidate a comici e attori.

I politici non parlano più di programmi, ma si preoccupano di unire intorno a narrazioni molto strutturate il loro rapporto con i cittadini elettori.  Obama è un maestro in queste strategie: la sua narrazione del paese ha sedotto elettori e lo ha portato a vincere due volte le elezioni.

I manager si preoccupano sempre di più di costruire rapporti forti con i dipendenti e con i clienti intorno a valori condivisi, e questi valori vengono trasmessi attraverso delle storie in cui ci si ossa identificare. Il discorso di Steve Jobs “stay hungry, stay foolish” è diventato un culto per giovani di tutti i paesi e ha contribuito a strutturare sempre più consenso intorno all’Apple.

Raccontare storie è diventato obbligatorio e saperle raccontare non è più compito esclusivo degli scrittori e dei giornalisti, ma diventa attività e competenza di tante professioni.

Per capire perché sono così importanti, dobbiamo considerare  è che raccontare storie è l’attività chiave di quella che viene definita la rivoluzione cognitiva compiuta dall’homo sapiens. Attraverso la capacità di narrare l’uomo ha maturato la sua capacità sociale di comunicazione, e con la narrazione ha creato la rivoluzione cognitiva che ha permesso a un mammifero con modesti mezzi di diventare quello che è.

Seguiamo il ragionamento di uno storico israeliano, Yuval Harari, che ha scritto un bellissimo libro che narra appunto della trasformazione degli uomini da “animali a dei”, che è  il titolo del suo  testo.  Dice Harari che la raffinata capacità comunicativa dell’homo sapiens è stata impiegata in due attività importantissime per sviluppare quella cooperazione che ha segnato il principale fattore di adattamento ambientale, e quindi di successo per gli uomini. Queste attività sono  il gossip e la capacità di parlare di cose che non esistono, cioè di raccontare storie.

Dice Harari che il gossip è la parte maggiore delle conversazioni che riguardano i gruppi sociali. Che credete, scrive, che quando un gruppo di storici si incontrano parlano delle cause della I Guerra Mondiale, o della nascita dell’enfiteusi nelle campagne europee? Raramente. Perlopiù parlano del fatto che il direttore di dipartimento ha affidato un incarico a una persona che non lo meritava, o dell’avventura erotica del loro collega di storia medievale. Ma questa tipologia di conversazione è essenziale alla costituzione del gruppo sociale: solo con il gossip ogni membro del gruppo è in grado di capire di chi fidarsi e di chi no, di quali sono i comportamenti predatori e sessuali dei membri del suo gruppo, del carattere e delle attitudini di ognuno. Attraverso il gossip l’homo sapiens ha costituito i legami sociali che gli hanno consentito nel suo gruppo di acquisire la fiducia negli altri.

Ma il secondo, più importante obiettivo della comunicazione è la capacità, tutta e solo umana, di parlare di cose che non esistono. Solo l’homo sapiens si è inventato lo “spirito del fiume”, il “dio della foresta”, il “totem della tribù”. Ha raccontato delle storie, cioè e intorno a queste storie ha costruito gruppi sociali ben più ampi di quelli possibili con il solo gossip. E ha potuto coordinare gruppi sempre più grandi, per osare compiti complessi, fare cacce agli animali che coinvolgessero centinaia di cacciatori, fondare le prime città, costituire gli eserciti, fino ad arrivare alle cose che non esistono della contemporaneità: il dollaro, la democrazia, le religioni monoteiste e così via.

Lo storytelling dunque, da Omero alle stupidaggini pubblicate sui social, è dunque capacità di dare senso alle vicende della vita, ordinare una sequenza cronologica (le cose che accadono una dopo l’latra) in una sequenza logica (le cose accadono perché devono accadere. Le storie sono una delle due modalità di dare senso complesso all’esistente, sono modalità di  costruzione per i miti. Il mythos, la storia narrata e rinarrata, è produzione di senso, è comprensione della realtà. L’altra modalità è il logos, il ragionamento. Ma di questo parleremo in un prossimo post.

 

Very Bello? come fare marketing territoriale per l’Expo

Franceschini, ministro dei beni culturali, ha lanciato con grande impegno un nuovo portale di promozione del turismo culturale ed è incorso nella critica sferzante della rete che ha seppellito di tweet iniziativa e nome. Il nome non è felicissimo, diciamocelo, verybello vuol essere giovane, internazionale e spiritoso, e invece risulta un po’ goffo e ridicolo. Vedremo che effetto farà sul pubblico internazionale a cui è principalmente diretto (anche se a oggi esiste la sola versione in italiano, ma non si poteva aspettare qualche giorno?), su quello italiano l’effetto è stato negativo. Si sa, la rete è cattiva e ama stroncare, ma in questo caso pare proprio che il sito non risponda a alcuna buona pratica. Non sono un esperto e quindi rimando quia critiche che mi sembrano ben strutturate  e non pregiudiziali

Di marketing territoriale invece un esperto dovrei esserlo, e vediamo dunque se l’operazione vale la spesa (che le voci danno per molto alta). Il portale vuol essere un panorama di tutti gli eventi culturali durante il periodo dell’Expo. L’intento è chiaro e giusto: portare fuori dal circuito milanese del solo Expo i milioni di visitatori che hanno già comprato il biglietto (quasi dieci milioni), e far loro percorrere la penisola intera. Ecco il sito che presenta con un semplice menu e una navigazione facile, la breve scheda di tutti gli eventi, le mostre, le iniziative. La classificazione è un po’ naif, si può navigare per mostre, festival, bambini, libri e così via. Non è una classificazione, ma un elenco un po’ bizzarro, non so quanto “bambini” e “mostre” facciano parte di una stessa semantica. Ma magari faccio io il sofistico e la cosa è efficace. Il motore di ricerca interno può essere navigato per altre chiavi,e quindi se voglio sapere che eventi ci sono a Salerno, trovo quello che cerco, organizzato per date. E ogni scheda mi dà una breve descrizione che rimanda al sito istituzionale. Quanto l’elenco sia completo non so dire, ma certo alcuni – piccoli – eventi a me cari sono assenti, e questo forse perché sono piccoli. Si rimedierà, anche se non si capisce come segnalare le novità.

Certo siamo lontanissimi da un vero portale di marketing territoriale. Per promuovere un territorio occorre integrare le risorse:  se decido di andare all’Expo, il richiamo è tanto forte che magari non mi interessa nulla della città in cui è ospitato. Ma certo, il Festival di Ravello non è motivo sufficiente per visitare la Costiera Amalfitana, e non sapere che l’evento svolge in un posto vicino a napoli e Pompei (e perché il turista cinese dovrebbe saperlo), non mi spingerà a visitare la Campania. Una località è attrattiva, cioè, se le sue risorse sono integrate: l’evento completa l’offerta, non la esaurisce. Quindi mettere in rete gli eventi è importante, ma assolutamente insufficiente.

Il punto è che in Italia manca ancora il portale web dell’offerta turistica integrata, e quindi questo primo esperimento – corretto dai suoi errori più marchiani – vale solo se sarà completato da tutti gli altri portali. Se vado a Ravello al festival, devo anche sapere dove andare a dormire, come arrivarci, cos’altro visitare, cosa mangiare. Solo così tutto sarà davvero very bello. Per il momento l’offerta è solo così e così.  Ma abbiamo fiducia che tutto cambi.

L’Altro Sud

 

aliano

La Campania non esiste, abbiamo detto in un post precedente, c’è solo Napoli che tutto assorbe e tutto comprende. Napoli è troppo ingombrante per lasciare spazio ad altro, e non solo definisce la sua Regione, ma annette e cancella, nell’immaginario collettivo, tutto il Mezzogiorno. Eppure esiste un’altra Campania e un altro Sud, che non si identificano nell’idea teatrale che Napoli ha dato di sé, un Sud che definisce se stesso innanzitutto come alternativo alla Capitale. È quel Mezzogiorno dell’osso, come lo aveva definito un grande meridionalista, l’ultimo grande, Manlio Rossi Doria, che aveva parlato appunto di un’area della polpa – le pianure, la Campania felix – contrapposta alla durezza dell’osso, quel Sud appenninico che viveva in ristrettezza e povertà, lontano non solo dalla ricchezza, ma dalla Storia, capace di vivere solo di rassegnazione o di avventure di rivolta perdenti e disperate. Uno “sfasciume pendulo sul mare”, ha definito la Calabria un altro grande del meridionalismo, Giustino Fortunato, definizione che può essere resa metafora di tutto un certo Sud. Che così si è visto e descritto.

 

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Poi viene il Principe, padrone della terra. Poi vengono le guardie del Principe. Poi vengono i cani delle guardie del Principe. Poi nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. Si può dire ch’è finito. (Ignazio Silone, Fontamara).

 

Qui siamo all’altro capo dell’osso, all’Abruzzo dei pastori e dei cafoni, lontano dalla Calabria, eppure così simile.

 

Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.(Corrado Alvaro, Gente d’Aspromonte).

 

 Un’idea di sé come eterni e immobili perdenti, uomini fuori della Storia, altro che protagonisti di un eterno teatro pieno di canzoni e di sentimenti, essi che sono contadini che non cantano al lavoro, unici come racconta un meravigliato medico piemontese al confino in Basilicata.

 

Noi non siamo cristiani, – essi dicono -, Cristo si è fermato ad Eboli. (…) Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono al di là dell’orizzonte (…) Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. (…) Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte del tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato ad Eboli.  (Calo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli).

 

 Un mondo ignorato anche dai viaggiatori del Grand Tour, che raramente si avventurano in queste terre, e che come Goethe (che trova orribili i “contadini calabresi” incontrati visitando Peastum) da Napoli prendono la nave per arrivare in Sicilia, la “terra dove fioriscono i limoni”, ricca di storia e suggestioni ai loro occhi.

 

Oggi questo mondo è cambiato, e Cristo finalmente ha scoperto anche questo altro Sud. Un po’ di industrializzazione, la facilità di accesso ovunque, i retaggi – lenti e fiacchi – dello sviluppo economico italiano, hanno raggiunto anche il Mezzogiorno dell’osso. E oggi il sogno di sviluppo di quest’area è legato per molti al turismo: se il Grand Tour non passava per questi luoghi, ci si accontenta dei tanti piccoli viaggi di turisti in cerca di mare pulito, tradizioni – più o meno – conservate, dieta mediterranea e un’autenticità che altrove si è persa. E quindi ecco Matera che da città da cui fuggire, come invitava a fare De Gasperi, diventa capitale europea della cultura, ecco il Cilento, la cui vita compatibile è lodata in filmetti di successo, e la cui dieta assume fama internazionale, ecco il Salento che con la sua taranta attira in grandi eventi folle di giovani punti dalla curiosità.

 

È impossibile rimpiangere il  Mezzogiorno miserabile e disperato durato fino a pochi anni fa, la superstizione che copriva ignoranza e povertà (la famosa Lucania Magica delle inchieste di Ernesto De Martino), il ribellismo senza senso di tante rivolte. Ma non c’è un’altra strada per la modernità? Si deve semplicemente vendere la propria autenticità a una folla di turisti curiosi e ignoranti, che possono solo distruggerla, questa autenticità, con la semplice osservazione?

 

Il Mezzogiorno dell’osso era anche quello che si opponeva, inconsapevole, alla teatrale capitale con la sana asprezza dei comportamenti, con la dignità del silenzio, con l’austerità dei costumi, non solo subita, ma anche rivendicata. Il cafone aveva quella dignità a cui nessun lazzaro di Napoli poteva aspirare.

 

Un po’ di queste caratteristiche andrebbero conservate, pur di fronte all’auspicata invasione dei turisti globali. I meno violenti, tra tutti i conquistatori del Sud, ma quelli che possono stravolgerne definitivamente l’anima.

 

Il Natale negli anni 30

Negli anni ’30 del 900 mio padre viveva a Potenza. Festeggiare il Natale a Potenza, a quei tempi, era un’esperienza, lui mi raccontava, ben diversa dai Natali che festeggiavamo insieme. Lui ricordava il freddo – a Potenza faceva freddo e lo fa ancora – con l’unico riscaldamento prodotto dal braciere. Il cenone era a base di baccalà, unico pesce disponibile e piatto che lui odiava, ma allora non c’era spazio per i capricci infantili: quello c’era e quello bisognava mangiare. I dolci natalizi erano a base di castagne, poi c’erano le noci e infine si andava a gelare a letto, senza aspettare la mezzanotte. Unico vero rito era quello di lasciare acceso nel focolare in cucina un ceppo grande di legna, che ardeva tutta la notte, e la mattina i bambini avrebbero trovato nella cenere degli anellini d’oro. Il fuoco serviva per asciugare i pannolini di Gesù Bambino, gli diceva la madre, ignorando che il rito di accendere fuochi la notte del solstizio invernale era antichissimo, risaliva a tempi precedenti il cristianesimo, quando gli uomini cercavano di ridare vigore al sole perché riprendesse la sua corsa. Eppure l’idea che la Madonna, prima che inventassero i pannolini monouso, dovesse asciugare nella grotta quelli del Bambino, mi è sempre sembrata bellissima.

Raccontare queste cose significa rifarsi a un tempo lontanissimo, più lontano dei 90 anni che ci separano da quei giorni. Eppure è importante lasciare memoria di quelle storie, ricordare, in tempi che ci sembrano bui e che sono mille volte più ricchi e festosi di allora.

Nessuna nostalgia, per carità. Erano quelli, gli anni del fascismo, l’Italia si preparava a combattere tre guerre, l’ultima delle quali avrebbe portato alla fine della Patria. Le famiglie erano chiuse in pregiudizi e meschinità, la povertà di tutti – mio padre viveva in una famiglia piccolo borghese, eppure la vita era miserabile anche per loro – era una condanna, non un premio. Eppure nel nostro effervescente festeggiamento pagano, in cui ci lamentiamo che abbiamo consumato il 3% in meno dello scorso anno, faremmo bene a ricordarci da dove veniamo. Dagli anni 30 del 900 e dall’antichità lontanissima in cui si temeva che il sole non riuscisse a trovare la forza di crescere.

Buone feste a tutti. caminetto-natale

Benigni e suo fratello

 

Su Benigni io ho una teoria. Ma prima di esporla vorrei commentare lbenigni1o straordinario spettacolo sui dieci comandamenti che è andato in onda su Rai 1. Straordinario per mille motivi, a partire dall’argomento, non esattamente cool per le platee televisive. Eppure nove milioni hanno assistito alla prima puntata e saranno tanti anche per la seconda, sicuramente. Nove milioni sono tanti, tantissimi, anche se c’è la partita della Nazionale, figuriamoci per un monologo di quasi due ore su argomenti teologico/morali. Eppure il comico toscano (ma quante cose riescono a fare i comici nell’Italia di oggi!) ci è riuscito, usando un’abilità retorica che solo a lui riesce, un mix di linguaggio piano ma emozionante, esempi tratti dall’attualità, profondità di pensiero e di riferimenti colti (mai esibiti), abilità affabulatoria. La sua arte è sempre la stessa, da quando ha deciso di affrontare temi alti: un’introduzione comica sull’attualità politica, poi il passaggio alla parte seria, in cui il tono e il linguaggio partono dall’approfondimento per arrivare alla commozione. È il meccanismo dell’antica oratoria: catturare l’attenzione con una parte emozionale, nel suo caso collegandosi al suo antico mestiere di comico, scendere nell’argomentazione razionale, legata al testo, sempre affidandosi a un’eccezionale capacità di narrazione, arricchendo il discorso con divagazioni e esempi, o con citazioni mai esibite, sempre discrete. Infine, nella terza parte, rientrare nell’emotività, questa volta giocata sulla commozione. Applausi!

Due parole sui contenuti. Si è trattato di un trattatello morale, più che teologico. La dichiarazione dell’esistenza di Dio è un’ipotesi di fiction più che ontologica: come credete all’Uomo Ragno, quando ne vedete un film, ora credete all’esistenza di Dio, per lo spazio dello spettacolo. Questo è il patto. Ma tutti i comandamenti, così come sono stati spiegati, possono fare a meno di Dio, anche il primo, che indica uno spazio metafisico su cui appuntare la morale, piuttosto che una necessità ontologica di esistenza. E così per la “santificazione delle feste”, che è la strada per trovare nella propria vita esteriore, quella del lavoro, e in quella interiore lo spazio per la riflessione, il riposo, il rispetto di se stessi e degli altri. Chi scrive, che sull’esistenza di Dio ha molti dubbi, non ha dubbi sulla sua volontà di esser fedele ai comandamenti spiegati da Benigni. (tutt’altro discorso è rispettarli. Ma mio padre, che dubbi su Dio non ne aveva, diceva sempre che non è importante non peccare, ma sapere, quando lo si fa, di aver peccato).

Evviva Benigni, anche perché odioso sia ai moralisti del Fatto, che agli immoralisti del Giornale.

E veniamo, infine, alla mia teoria su Benigni. Secondo me, il vero Roberto Benigni è morto alla fine della Vita è Bella. Quello che è sopravvissuto è il fratello buono, uguale a lui, ma privo di quella cattiveria toscana che era la caratteristica dell’altro. Quella cattiveria che c’era nel Benigni che – trent’anni fa – parlava di Dio in altro modo, e faceva (io c’ero a quello spettacolo, e ho riso come mai in vita mia) la caricatura dei comandamenti. E che diceva che non sapevamo che avremmo trovato quando sarebbe venuto il momento, magari Manitù, nelle praterie dei cieli. Che gli avremmo detto, nel caso? Che abbiamo letto tutto Tex?

Così ci parlava quel Benigni, il fratello morto. Quello che stimavo come il nuovo, ma che amavo tanto di più.

La Puglia e il pensiero meridiano

 

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Parlare di Puglia è difficile: non esiste un romanzo ambientato in questa regione che abbia fatto la storia, non c’è un film, né un autore che sia legato in modo forte all’immagine della Puglia. Siamo in un luogo dall’identità sfuggente, almeno dal punto di vista della cultura alta. Sulla cultura popolare la Puglia è stata recentemente sugli scudi, dai comici cinematografici vecchi e nuovi, all’incredibile successo della taranta salentina, alla musica pop legata anche nel nome – i Negramaro – a questa terra. Nel cinema poi la Puglia oggi è sempre più rappresentata, con film memorabili per ambientazione, come Tre Fratelli di Rosi, o come alcune scene di Io non ho Paura di Salvatores. Ma ci sono casi in cui la Puglia c’è, ma travestita: il recente E’ stato il padre, di Ciprì, è ambientato a Palermo, ma girato a Brindisi, e il napoletano Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmuller, è in realtà girato a Taranto. (E questi sono indizi che ci possono servire, anche pensando a un altro pugliese celato, al grandissimo Mimmo Modugno, nato e cresciuto in Puglia, e autore di splendide canzoni in siciliano –  U Pisci Spada – e in napoletano – Resta cu’ mme, Lazzarella, Tu sì na cosa grande – ).

Ma come sempre accade nelle identità sfuggenti, bisogna cercare a fondo per trovare una ragione. E proviamo a trovarla, questa ragione. Il primo indizio è “vocabolario”. A Cerignola, in provincia di Foggia, sono nati due personaggi a cui il vocabolario è legato. Il primo è Zingarelli, nome noto a qualsiasi studente italiano da decenni:  il suo Vocabolario della Lingua Italiana ha la prima edizione completa nel 1922 e da allora è rimasto il più famoso e diffuso, quasi un esemplare del genere, uno standard. E un vocabolario fu il primo libro che comprò un altro famoso Cerignolese, il sindacalista Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL, parlamentare comunista, uomo del popolo che fece della lotta di classe una vicenda nobile ed esemplare. La storia la racconta Felice Chilanti, nella sua biografia del 1953.  “In un angolo del banchetto vi era un grosso volume che Di Vittorio cominciò a sfogliare: era un libro vecchio, molto usato e anche sudicio. Scorrendo le pagine scoprì che conteneva lunghi elenchi di parole e che accanto ad ogni parola era indicato il significato. [...] Era il libro che da tanto tempo cercava, lesse sulla copertina la nuova parola: vocabolario. Chiese al venditore il prezzo [...]: lire 3,75. Fu un grave colpo per lui: non aveva in tasca che una lira e settantacinque centesimi, e con estrema amarezza confidò la cosa al libraio. «Datemi almeno due lire e cinquanta» disse questi. Ma Di Vittorio non possedeva neppure un soldo di più. E già se ne stava andando amareggiato quando il libraio lo richiamò: «Nemmeno due lire volete darmi?». «Se volete vi dò la giacca, ma in tasca ho soltanto una lira e settantacinque». Come avrete già immaginato, il libraio diede il vocabolario a Peppino, che passò la notte a sfogliarlo pagina dopo pagina.”

Dunque per comunicare serve conoscere le parole, e questo è più importante di come poi queste parole vengono organizzate. Questa è la lezione di Zingarelli e Di Vittorio, che ci dà il primo indizio sulla identità pugliese.

Ma serve altro, per creare cultura, serve chi le pubblica, queste parole. E in Puglia nasce ai primi del 900 quella che diventerà la più importante casa editrice italiana di filosofia e poi di saggistica: la Laterza. Giovanni Laterza ne è il fondatore (ma chiama l’azienda: “Giuseppe Laterza e figli”, altro segno di understatement), amico di Benedetto Croce, ne pubblica tutta l’opera e la rivista che farà la storia del pensiero liberale (e non solo) in Italia La Critica.  E pubblicherà tutti i classici della filosofia, come sa chiunque abbia studiato questa materia.

Dunque i più importanti protagonisti pugliesi della cultura italiana nel 900 vivono sì da protagonisti, ma defilati, celati, sicuramente misurati. Forse è questo il termine da utilizzare, dunque, “misura”. Veniamo dunque alla rivelazione: la cultura pugliese è meridiana, intesa cioè come tipica del Sud, un Sud mediterraneo, lento, misurato. È la tesi di un filosofo nato ad Ancona, ma sicuramente pugliese per formazione e residenza, oltre che omonimo del più famoso calciatore di Bari: Franco Cassano. Il suo fortunatissimo libro (edito da Laterza, ovviamente), Il Pensiero Meridiano, è il più importante contributo recente alla Questione Meridionale. Cassano descrive quello che per lui è il pensiero meridiano, un approccio alla vita più che una teoria strutturata, fatta appunto di elogio della lentezza,  intesa come modalità profonda di conoscenza, opposizione a una modernità imposta, corsa obbligata e senza senso: “Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare un libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina”.

Solo nel Mediterraneo inteso come frontiera, luogo di scambio, trasmissione di genti e di culture questo è possibile, in un Sud che diventa opposizione a tutti pensieri unici (a partire da quello della modernità) e a tutti i fondamentalismi. Da qui nasce il pensiero meridiano, il pensiero della mediazione, della misura, intesa appunto come rifiuto della dismisura tipica della modernità. “La misura non è quindi prudenza o un banale giusto mezzo, ma una costruzione complessa e coraggiosa, che mia a salvare la molteplicità delle forme di vita, restituendo a ciascuna di esse con un solo gesto il suo valore e la sua finitezza”.

Ecco dunque scoperta l’identità pugliese, un’identità meridiana, misurata.

Ps poi il mondo è sempre più complicato delle nostre teorie. Il più famoso artista pugliese del 900 è lo smoderato Carmelo Bene, autore di un film culto per tanti cinefili: Nostra Signora dei Turchi, ambientato a Otranto(per quanto di “ambiente” si possa parlare quando è in gioco Bene). E Otranto è la sede del primo romanzo gotico della storia, quel Castello di Otranto di Horace Walpole, che si sviluppa tra fantasmi e omicidi.  castello_otranto

Odissea fiction

Ho provato a guardare L’Odissea trasmessa da Rai 1 domenica 30. Ero armato di buone intenzioni e pronto a sopportare qualche semplificazione e qualche tradimento in cambio della più bella storia che sia mai stata raccontata. Ma dopo pochi minuti ho abbandonato e sono passato alla partita. Poi ho di nuovo gettato uno sguardo, ma davvero mi sono trovato di fronte a una cosa bruttissima, inguardabile. La storia riguarda il ritorno di Ulisse, e quindi gli ultimi libri dell’Odissea. Protagonista è un’ammiccante e civettuola Penelope, incerta se cedere alle voglie di un ignoto (a me e a Omero) personaggio o se restare fedele a Ulisse. Poi c’è una schiava troiana amata da un Telemaco dall’espressività di una statua. Infine ci sono i Proci che litigano tra loro e si appellano all’assemblea degli abitanti di Itaca. La divulgazione è una cosa, e consente anche forzature e semplificazioni, ma trasformare la saggia e fredda Penelope, che nemmeno al marito ritrovato cederà facilmente, sottoponendolo a prove varie, in un’eroina di fiction un po’ zoccola , è troppo. In confronto, l’americano Troy sembra un’opera filologicamente perfetta. (Per non parlare del bellissimo “sceneggiato” degli anni 60).

Spero solo che questa porcheria serva a convincere un telespettatore, almeno uno, a scoprire l’Odissea. Ma temo che resterà deluso, scoprendo che Ulisse non assomiglia a un manager, nè a un supereroe. penelope

Romagna: passione, provincia, sentimentalismo

amarcord-posterLa prima cosa da fare, parlando di Romagna, è di non confonderla con la vicina (e legata solo amministrativamente) Emilia. Nessuna somiglianza, ti spiegano i romagnoli: se bussi a una porta e chiedi da bere, capisci che hai lasciato l’Emilia e sei entrato in Romagna quando smettono di offrirti acqua e ti danno del vino. D’altronde a Forlì, in dialetto,  la parola vino è “bè” cioè bere: che cos’altro si può bere, se non del vino?

E così abbiamo capito subito una serie di cose sui romagnoli: che sono orgogliosi – sia di sé, che della propria differenza – e che amano la vita, sanguigna  e popolare, cosa rilevabile tra l’altro dal fatto che nella regione sono nati uno dei libri popolari più venduti in Italia e una delle canzoni più note nel mondo, per precisione, la quarta più diffusa, secondo l’autorevolissima fonte di wikipedia. (ma la stessa fonte non ci rivela quali siano le prime tre).

Ma andiamo con ordine, vedendo se riusciamo a trovare delle parole/chiave che ci spiegano questa terra.

La prima è passione. In Romagna si svolge l’episodio narrato nel celeberrimo V canto dell’Inferno. Volano tra i dannati per lussuria Francesca da Rimini e il suo amante, e lei svela al poeta la sua terra:

Siede la terra, dove nata fui,
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui…

 

Ma un’altra passione segna i romagnoli, una passione per la politica che, sempre secondo Dante fa sì che:

Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;

Inferno, Canto XXVII, 37-38

E qui sono nati Andrea Costa, il primo parlamentare socialista eletto nel Parlamento italiano, Pietro Nenni, animoso rivoluzionario repubblicano, e poi aderente e segretario del Partito Socialista, Arrigo Boldrini, partigiano comunista e medaglia d’oro della Resistenza, e Benigno Zaccagnini, democristiano, amico di Boldrini, comandante partigiano anche lui. Tutti appassionati, tutti caldi, tutti combattenti. (Ce n’è un altro, di politico romagnolo, nato a Predappio, di cui non ricordo il nome. Pure lui, ahinoi, appassionato combattente).

La seconda parola da usare, parlando di Romagna, è provincia. Non ci sono metropoli in Romagna: Ravenna, splendida di storia e di monumenti, è una città di poco più di 150.000 abitanti. E della provincia ha fatto un ritratto straordinario e compreso in tutto il mondo il più famoso romagnolo del 900, almeno nell’arte e nella cultura, il grandissimo Federico Fellini. In fondo, Fellini racconta, in modo sublime, sempre la stessa storia: un provinciale, stanco di fare il vitellone, raggiunge la capitale. Amarcord diventa la provincia esemplare, il luogo in cui tutti provinciali del mondo hanno vissuto.

Una terza parola è sentimento. (Forse “sentimentalismo”). La passione è un sentimento, certo, ma evidentemente in Romagna viene vissuta con una dose di partecipazione che può sfociare nel sentimentalismo, non solo nell’Amarcord (rimpianto, ma ricco di ironia), ma anche nel puro rimpianto, un po’ stucchevole alle mie orecchie. Ma così la penso io, che non amo Pascoli, che alla sua Romagna è sempre rimasto legato:

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

La’ nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ‘l bue rimina nelle opache stalle
la sua laboriosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.

Gia’ m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto l’ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai di’ d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un birichino.

Era il mio nido: dove immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor falciati
de’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,
riso di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or e’ dove si vive;
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Cosi’ piu’ non verro’ per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Che resta da dire? Che la passione dei romagnoli si sostanzia a tavola (e questo sì, mi piace più delle poesie del Pascoli!), come dimostra appunto uno dei libri italiani più letti e venduti: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, titolo bellissimo che parla di scienza del cucinare, ma di arte del mangiare, e meglio non si potrebbe dire. Lo scrisse a fine dell’800 un ricco commerciante di Forlimpopoli, quel Pellegrino Artusi che ha inventato la cucina italiana e che ha fatto gli italiani, più di quanto ci siano riusciti Cavour e Garibaldi, che, come è noto, si sono limitati a fare l’Italia. Artusi parla della Romagna e dei romagnoli spesso e volentieri, non solo nelle ricette, che di questa terra hanno spesso l’impronta.

 

Avete dunque a sapere che di lambiccarsi il cervello sui libri, i signori di Romagna non ne voglion sapere buccicata, forse perché fino dall’infanzia i figli si avvezzano a vedere i genitori a tutt’latro intenti che a sfogliar libri e fors’anche perché, essendo paese ove si può far vita gaudente con poco, non si crede necessaria tanta istruzione.

 

E dopo aver mangiato e bevuto, visto che il tempo per leggere non c’è, e si può far vita gaudente,  non resta che dedicarsi all’ultima passione, quella del ballo liscio (che io amo quanto il Pascoli), invenzione romagnola, pare, con la famosa canzone arrivata a un passo dal podio delle più cantate d’Italia.

 Sento la nostalgia d’un passato,

ove la mamma mia ho lasciato.
Non ti potrò scordar casetta mia,
in questa notte stellata
la mia serenata io canto per te.

Romagna mia, Romagna in fiore,
tu sei la stella, tu sei l’amore.
Quando ti penso, vorrei tornare
dalla mia bella al casolare.

Romagna, Romagna mia,
lontan da te non si può star!

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