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L'imprenditore rosso | blog di Walter M. Rathenau

Romagna: passione, provincia, sentimentalismo

amarcord-posterLa prima cosa da fare, parlando di Romagna, è di non confonderla con la vicina (e legata solo amministrativamente) Emilia. Nessuna somiglianza, ti spiegano i romagnoli: se bussi a una porta e chiedi da bere, capisci che hai lasciato l’Emilia e sei entrato in Romagna quando smettono di offrirti acqua e ti danno del vino. D’altronde a Forlì, in dialetto,  la parola vino è “bè” cioè bere: che cos’altro si può bere, se non del vino?

E così abbiamo capito subito una serie di cose sui romagnoli: che sono orgogliosi – sia di sé, che della propria differenza – e che amano la vita, sanguigna  e popolare, cosa rilevabile tra l’altro dal fatto che nella regione sono nati uno dei libri popolari più venduti in Italia e una delle canzoni più note nel mondo, per precisione, la quarta più diffusa, secondo l’autorevolissima fonte di wikipedia. (ma la stessa fonte non ci rivela quali siano le prime tre).

Ma andiamo con ordine, vedendo se riusciamo a trovare delle parole/chiave che ci spiegano questa terra.

La prima è passione. In Romagna si svolge l’episodio narrato nel celeberrimo V canto dell’Inferno. Volano tra i dannati per lussuria Francesca da Rimini e il suo amante, e lei svela al poeta la sua terra:

Siede la terra, dove nata fui,
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui…

 

Ma un’altra passione segna i romagnoli, una passione per la politica che, sempre secondo Dante fa sì che:

Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;

Inferno, Canto XXVII, 37-38

E qui sono nati Andrea Costa, il primo parlamentare socialista eletto nel Parlamento italiano, Pietro Nenni, animoso rivoluzionario repubblicano, e poi aderente e segretario del Partito Socialista, Arrigo Boldrini, partigiano comunista e medaglia d’oro della Resistenza, e Benigno Zaccagnini, democristiano, amico di Boldrini, comandante partigiano anche lui. Tutti appassionati, tutti caldi, tutti combattenti. (Ce n’è un altro, di politico romagnolo, nato a Predappio, di cui non ricordo il nome. Pure lui, ahinoi, appassionato combattente).

La seconda parola da usare, parlando di Romagna, è provincia. Non ci sono metropoli in Romagna: Ravenna, splendida di storia e di monumenti, è una città di poco più di 150.000 abitanti. E della provincia ha fatto un ritratto straordinario e compreso in tutto il mondo il più famoso romagnolo del 900, almeno nell’arte e nella cultura, il grandissimo Federico Fellini. In fondo, Fellini racconta, in modo sublime, sempre la stessa storia: un provinciale, stanco di fare il vitellone, raggiunge la capitale. Amarcord diventa la provincia esemplare, il luogo in cui tutti provinciali del mondo hanno vissuto.

Una terza parola è sentimento. (Forse “sentimentalismo”). La passione è un sentimento, certo, ma evidentemente in Romagna viene vissuta con una dose di partecipazione che può sfociare nel sentimentalismo, non solo nell’Amarcord (rimpianto, ma ricco di ironia), ma anche nel puro rimpianto, un po’ stucchevole alle mie orecchie. Ma così la penso io, che non amo Pascoli, che alla sua Romagna è sempre rimasto legato:

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

La’ nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ‘l bue rimina nelle opache stalle
la sua laboriosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.

Gia’ m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto l’ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai di’ d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un birichino.

Era il mio nido: dove immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor falciati
de’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,
riso di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or e’ dove si vive;
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Cosi’ piu’ non verro’ per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Che resta da dire? Che la passione dei romagnoli si sostanzia a tavola (e questo sì, mi piace più delle poesie del Pascoli!), come dimostra appunto uno dei libri italiani più letti e venduti: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, titolo bellissimo che parla di scienza del cucinare, ma di arte del mangiare, e meglio non si potrebbe dire. Lo scrisse a fine dell’800 un ricco commerciante di Forlimpopoli, quel Pellegrino Artusi che ha inventato la cucina italiana e che ha fatto gli italiani, più di quanto ci siano riusciti Cavour e Garibaldi, che, come è noto, si sono limitati a fare l’Italia. Artusi parla della Romagna e dei romagnoli spesso e volentieri, non solo nelle ricette, che di questa terra hanno spesso l’impronta.

 

Avete dunque a sapere che di lambiccarsi il cervello sui libri, i signori di Romagna non ne voglion sapere buccicata, forse perché fino dall’infanzia i figli si avvezzano a vedere i genitori a tutt’latro intenti che a sfogliar libri e fors’anche perché, essendo paese ove si può far vita gaudente con poco, non si crede necessaria tanta istruzione.

 

E dopo aver mangiato e bevuto, visto che il tempo per leggere non c’è, e si può far vita gaudente,  non resta che dedicarsi all’ultima passione, quella del ballo liscio (che io amo quanto il Pascoli), invenzione romagnola, pare, con la famosa canzone arrivata a un passo dal podio delle più cantate d’Italia.

 Sento la nostalgia d’un passato,

ove la mamma mia ho lasciato.
Non ti potrò scordar casetta mia,
in questa notte stellata
la mia serenata io canto per te.

Romagna mia, Romagna in fiore,
tu sei la stella, tu sei l’amore.
Quando ti penso, vorrei tornare
dalla mia bella al casolare.

Romagna, Romagna mia,
lontan da te non si può star!

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