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L'imprenditore rosso | blog di Walter M. Rathenau

Benigni e suo fratello

 

Su Benigni io ho una teoria. Ma prima di esporla vorrei commentare lbenigni1o straordinario spettacolo sui dieci comandamenti che è andato in onda su Rai 1. Straordinario per mille motivi, a partire dall’argomento, non esattamente cool per le platee televisive. Eppure nove milioni hanno assistito alla prima puntata e saranno tanti anche per la seconda, sicuramente. Nove milioni sono tanti, tantissimi, anche se c’è la partita della Nazionale, figuriamoci per un monologo di quasi due ore su argomenti teologico/morali. Eppure il comico toscano (ma quante cose riescono a fare i comici nell’Italia di oggi!) ci è riuscito, usando un’abilità retorica che solo a lui riesce, un mix di linguaggio piano ma emozionante, esempi tratti dall’attualità, profondità di pensiero e di riferimenti colti (mai esibiti), abilità affabulatoria. La sua arte è sempre la stessa, da quando ha deciso di affrontare temi alti: un’introduzione comica sull’attualità politica, poi il passaggio alla parte seria, in cui il tono e il linguaggio partono dall’approfondimento per arrivare alla commozione. È il meccanismo dell’antica oratoria: catturare l’attenzione con una parte emozionale, nel suo caso collegandosi al suo antico mestiere di comico, scendere nell’argomentazione razionale, legata al testo, sempre affidandosi a un’eccezionale capacità di narrazione, arricchendo il discorso con divagazioni e esempi, o con citazioni mai esibite, sempre discrete. Infine, nella terza parte, rientrare nell’emotività, questa volta giocata sulla commozione. Applausi!

Due parole sui contenuti. Si è trattato di un trattatello morale, più che teologico. La dichiarazione dell’esistenza di Dio è un’ipotesi di fiction più che ontologica: come credete all’Uomo Ragno, quando ne vedete un film, ora credete all’esistenza di Dio, per lo spazio dello spettacolo. Questo è il patto. Ma tutti i comandamenti, così come sono stati spiegati, possono fare a meno di Dio, anche il primo, che indica uno spazio metafisico su cui appuntare la morale, piuttosto che una necessità ontologica di esistenza. E così per la “santificazione delle feste”, che è la strada per trovare nella propria vita esteriore, quella del lavoro, e in quella interiore lo spazio per la riflessione, il riposo, il rispetto di se stessi e degli altri. Chi scrive, che sull’esistenza di Dio ha molti dubbi, non ha dubbi sulla sua volontà di esser fedele ai comandamenti spiegati da Benigni. (tutt’altro discorso è rispettarli. Ma mio padre, che dubbi su Dio non ne aveva, diceva sempre che non è importante non peccare, ma sapere, quando lo si fa, di aver peccato).

Evviva Benigni, anche perché odioso sia ai moralisti del Fatto, che agli immoralisti del Giornale.

E veniamo, infine, alla mia teoria su Benigni. Secondo me, il vero Roberto Benigni è morto alla fine della Vita è Bella. Quello che è sopravvissuto è il fratello buono, uguale a lui, ma privo di quella cattiveria toscana che era la caratteristica dell’altro. Quella cattiveria che c’era nel Benigni che – trent’anni fa – parlava di Dio in altro modo, e faceva (io c’ero a quello spettacolo, e ho riso come mai in vita mia) la caricatura dei comandamenti. E che diceva che non sapevamo che avremmo trovato quando sarebbe venuto il momento, magari Manitù, nelle praterie dei cieli. Che gli avremmo detto, nel caso? Che abbiamo letto tutto Tex?

Così ci parlava quel Benigni, il fratello morto. Quello che stimavo come il nuovo, ma che amavo tanto di più.

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