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L'imprenditore rosso | blog di Walter M. Rathenau

L’Altro Sud

 

aliano

La Campania non esiste, abbiamo detto in un post precedente, c’è solo Napoli che tutto assorbe e tutto comprende. Napoli è troppo ingombrante per lasciare spazio ad altro, e non solo definisce la sua Regione, ma annette e cancella, nell’immaginario collettivo, tutto il Mezzogiorno. Eppure esiste un’altra Campania e un altro Sud, che non si identificano nell’idea teatrale che Napoli ha dato di sé, un Sud che definisce se stesso innanzitutto come alternativo alla Capitale. È quel Mezzogiorno dell’osso, come lo aveva definito un grande meridionalista, l’ultimo grande, Manlio Rossi Doria, che aveva parlato appunto di un’area della polpa – le pianure, la Campania felix – contrapposta alla durezza dell’osso, quel Sud appenninico che viveva in ristrettezza e povertà, lontano non solo dalla ricchezza, ma dalla Storia, capace di vivere solo di rassegnazione o di avventure di rivolta perdenti e disperate. Uno “sfasciume pendulo sul mare”, ha definito la Calabria un altro grande del meridionalismo, Giustino Fortunato, definizione che può essere resa metafora di tutto un certo Sud. Che così si è visto e descritto.

 

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Poi viene il Principe, padrone della terra. Poi vengono le guardie del Principe. Poi vengono i cani delle guardie del Principe. Poi nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. Si può dire ch’è finito. (Ignazio Silone, Fontamara).

 

Qui siamo all’altro capo dell’osso, all’Abruzzo dei pastori e dei cafoni, lontano dalla Calabria, eppure così simile.

 

Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.(Corrado Alvaro, Gente d’Aspromonte).

 

 Un’idea di sé come eterni e immobili perdenti, uomini fuori della Storia, altro che protagonisti di un eterno teatro pieno di canzoni e di sentimenti, essi che sono contadini che non cantano al lavoro, unici come racconta un meravigliato medico piemontese al confino in Basilicata.

 

Noi non siamo cristiani, – essi dicono -, Cristo si è fermato ad Eboli. (…) Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono al di là dell’orizzonte (…) Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. (…) Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte del tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato ad Eboli.  (Calo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli).

 

 Un mondo ignorato anche dai viaggiatori del Grand Tour, che raramente si avventurano in queste terre, e che come Goethe (che trova orribili i “contadini calabresi” incontrati visitando Peastum) da Napoli prendono la nave per arrivare in Sicilia, la “terra dove fioriscono i limoni”, ricca di storia e suggestioni ai loro occhi.

 

Oggi questo mondo è cambiato, e Cristo finalmente ha scoperto anche questo altro Sud. Un po’ di industrializzazione, la facilità di accesso ovunque, i retaggi – lenti e fiacchi – dello sviluppo economico italiano, hanno raggiunto anche il Mezzogiorno dell’osso. E oggi il sogno di sviluppo di quest’area è legato per molti al turismo: se il Grand Tour non passava per questi luoghi, ci si accontenta dei tanti piccoli viaggi di turisti in cerca di mare pulito, tradizioni – più o meno – conservate, dieta mediterranea e un’autenticità che altrove si è persa. E quindi ecco Matera che da città da cui fuggire, come invitava a fare De Gasperi, diventa capitale europea della cultura, ecco il Cilento, la cui vita compatibile è lodata in filmetti di successo, e la cui dieta assume fama internazionale, ecco il Salento che con la sua taranta attira in grandi eventi folle di giovani punti dalla curiosità.

 

È impossibile rimpiangere il  Mezzogiorno miserabile e disperato durato fino a pochi anni fa, la superstizione che copriva ignoranza e povertà (la famosa Lucania Magica delle inchieste di Ernesto De Martino), il ribellismo senza senso di tante rivolte. Ma non c’è un’altra strada per la modernità? Si deve semplicemente vendere la propria autenticità a una folla di turisti curiosi e ignoranti, che possono solo distruggerla, questa autenticità, con la semplice osservazione?

 

Il Mezzogiorno dell’osso era anche quello che si opponeva, inconsapevole, alla teatrale capitale con la sana asprezza dei comportamenti, con la dignità del silenzio, con l’austerità dei costumi, non solo subita, ma anche rivendicata. Il cafone aveva quella dignità a cui nessun lazzaro di Napoli poteva aspirare.

 

Un po’ di queste caratteristiche andrebbero conservate, pur di fronte all’auspicata invasione dei turisti globali. I meno violenti, tra tutti i conquistatori del Sud, ma quelli che possono stravolgerne definitivamente l’anima.

 

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