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L'imprenditore rosso | blog di Walter M. Rathenau

Lo storytelling, il gossip e l’evoluzione della specie

Parlare di storytelling è diventato di moda.

Che poi il termine si può tradurre tranquillamente con “raccontare storie” come vorrebbe Anna Maria Testa, che ha fatto un appello per non usare gli anglismi quando non è necessario. Ma, comunque vogliamo chiamarlo, raccontare storie è diventato un tema trasversale.

Perché ci siamo accorti che raccontare storie è così importante? I pubblicitari non si preoccupano più di spiegare che il loro detersivo “lava più bianco”, ma costruiscono l’immagine della marca attraverso raffinate e sofisticate storie che stanno sostituendo i tradizionali spot. Si pensi alle vere e proprie mini serie che costruiscono le compagnie di telefonia mobile, affidate a comici e attori.

I politici non parlano più di programmi, ma si preoccupano di unire intorno a narrazioni molto strutturate il loro rapporto con i cittadini elettori.  Obama è un maestro in queste strategie: la sua narrazione del paese ha sedotto elettori e lo ha portato a vincere due volte le elezioni.

I manager si preoccupano sempre di più di costruire rapporti forti con i dipendenti e con i clienti intorno a valori condivisi, e questi valori vengono trasmessi attraverso delle storie in cui ci si ossa identificare. Il discorso di Steve Jobs “stay hungry, stay foolish” è diventato un culto per giovani di tutti i paesi e ha contribuito a strutturare sempre più consenso intorno all’Apple.

Raccontare storie è diventato obbligatorio e saperle raccontare non è più compito esclusivo degli scrittori e dei giornalisti, ma diventa attività e competenza di tante professioni.

Per capire perché sono così importanti, dobbiamo considerare  è che raccontare storie è l’attività chiave di quella che viene definita la rivoluzione cognitiva compiuta dall’homo sapiens. Attraverso la capacità di narrare l’uomo ha maturato la sua capacità sociale di comunicazione, e con la narrazione ha creato la rivoluzione cognitiva che ha permesso a un mammifero con modesti mezzi di diventare quello che è.

Seguiamo il ragionamento di uno storico israeliano, Yuval Harari, che ha scritto un bellissimo libro che narra appunto della trasformazione degli uomini da “animali a dei”, che è  il titolo del suo  testo.  Dice Harari che la raffinata capacità comunicativa dell’homo sapiens è stata impiegata in due attività importantissime per sviluppare quella cooperazione che ha segnato il principale fattore di adattamento ambientale, e quindi di successo per gli uomini. Queste attività sono  il gossip e la capacità di parlare di cose che non esistono, cioè di raccontare storie.

Dice Harari che il gossip è la parte maggiore delle conversazioni che riguardano i gruppi sociali. Che credete, scrive, che quando un gruppo di storici si incontrano parlano delle cause della I Guerra Mondiale, o della nascita dell’enfiteusi nelle campagne europee? Raramente. Perlopiù parlano del fatto che il direttore di dipartimento ha affidato un incarico a una persona che non lo meritava, o dell’avventura erotica del loro collega di storia medievale. Ma questa tipologia di conversazione è essenziale alla costituzione del gruppo sociale: solo con il gossip ogni membro del gruppo è in grado di capire di chi fidarsi e di chi no, di quali sono i comportamenti predatori e sessuali dei membri del suo gruppo, del carattere e delle attitudini di ognuno. Attraverso il gossip l’homo sapiens ha costituito i legami sociali che gli hanno consentito nel suo gruppo di acquisire la fiducia negli altri.

Ma il secondo, più importante obiettivo della comunicazione è la capacità, tutta e solo umana, di parlare di cose che non esistono. Solo l’homo sapiens si è inventato lo “spirito del fiume”, il “dio della foresta”, il “totem della tribù”. Ha raccontato delle storie, cioè e intorno a queste storie ha costruito gruppi sociali ben più ampi di quelli possibili con il solo gossip. E ha potuto coordinare gruppi sempre più grandi, per osare compiti complessi, fare cacce agli animali che coinvolgessero centinaia di cacciatori, fondare le prime città, costituire gli eserciti, fino ad arrivare alle cose che non esistono della contemporaneità: il dollaro, la democrazia, le religioni monoteiste e così via.

Lo storytelling dunque, da Omero alle stupidaggini pubblicate sui social, è dunque capacità di dare senso alle vicende della vita, ordinare una sequenza cronologica (le cose che accadono una dopo l’latra) in una sequenza logica (le cose accadono perché devono accadere. Le storie sono una delle due modalità di dare senso complesso all’esistente, sono modalità di  costruzione per i miti. Il mythos, la storia narrata e rinarrata, è produzione di senso, è comprensione della realtà. L’altra modalità è il logos, il ragionamento. Ma di questo parleremo in un prossimo post.

 

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