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L'imprenditore rosso | blog di Walter M. Rathenau

Kafka: cara Felice, so anche ridere

Anche Kafka sa ridere. in questa bellissima lettera alla fidanzata Felice Kafka narra un episodio in cui scoppia a ridere di fronte al presidente della società in cui lavorava. una situazione fantozziana, più che kafkiana. Una lettera bellissima, letta nella puntata del 25 febbraio di #QuanteStorieSai per #Uniso@und

da: Lettere a Felice, Milano, Mondadori, 1982, pagg. 218/222

So anche ridere, Felice, non dubitare, sono persino noto per le mie grasse risate, ma in altri tempi ero molto più matto di oggi. Mi è persino capitato di essermi messo a ridere in una solenne conversazione col nostro presidente (sono passati già due anni ma nell’Istituto il fatto è già leggenda e mi sopravvivrà); ma come? Sarebbe troppo lungo spiegarti l’importanza di quell’uomo, perciò credimi che è assai notevole, e un normale impiegato dell’Istituto se lo figura non su questa terra, ma sopra le nuvole. E siccome in genere non abbiamo molte occasioni di parlare con l’imperatore, quest’uomo sostituisce, per l’impiegato normale (come suppergiù avviene in tutte le grandi aziende), il senso di un incontro con l’imperatore. Anche quest’uomo come chiunque si sia esposto all’osservazione generale e la cui posizione non corrisponda interamente ai propri meriti, ha parecchi lati ridicoli, ma per lasciarsi indurre a ridere da questo fatto ovvio, da questa specie di fenomeno naturale, e persino alla presenza del grand’uomo, bisogna proprio essere segnati da Dio. Noi, cioè due colleghi e io, proprio allora eravamo stati promossi di grado e dovevamo andati in solenne abito nero a porgere i nostri ringraziamenti al presidente, e qui non devo dimenticare che per un particolare motivo devo al presidente una particolare gratitudine. Il più degno di noi tre (io ero il minore) tenne il discorso, breve, intelligente, fiero, come rispondeva al suo carattere. Il presidente stette a sentire nel suo atteggiamento solito, raffinato per l’occasione solenne, tale da ricordare un po’ l’atteggiamento del nostro imperatore nelle udienze, e di fatto (se si vuole e non si può altrimenti) comicissimo. Le gambe un po’ incrociate, la mano sinistra stretta a pugno e posata sull’estremo angolo della scrivania, la testa china di modo che ‘la grande barba bianca si incurvava sul petto, la pancia non troppo grande ma pur sempre prominente, un po’ ondeggiante- Devo essere stato allora di un umore molto sfrenato, poiché  conoscevo già quell’ atteggiamento e non era affatto necessario che, sia pure con interruzioni, avessi brevi accessi di riso che però era ancora facile far passare per stimoli di tosse, tanto più che il presidente non alzava gli occhi. D’altro canto la voce chiara del mio collega che guardava pur davanti a sé e notava benissimo le mie condizioni, ma senza lasciarsene influenzare, mi teneva abbastanza in freno. Finito il discorso del collega, il presidente alzò il viso e  lì per lì fui colto da uno spavento senza ridere perché ora egli poteva

anche vedere la mia espressione e stabilire facilmente che il riso proveniente purtroppo dalle mie labbra non era affatto tosse. Quando però cominciò il suo discorso, anche questo solito, ben noto da un pezzo, schematico come quelli dell’imperatore, accompagnato da accenti profondi, assolutamente insulso senza alcuna ragione; quando il mio collega cercò di mettermi in guardia con occhiate di sbieco, mentre appunto cercavo di dominarmi, e in tal modo non faceva che rammentarmi il godimento delle risate precedenti, non potei più tenermi e perdetti ogni speranza di poterlo fare. Sulle prime risi soltanto ai garbati scherzetti che il presidente intercalava qua e là; ma mentre è norma che a questi scherzi si atteggi soltanto la bocca a un sorriso di rispetto, io già ridevo a crepapelle, vedevo i miei colleghi allibire per paura del contagio, avevo più pietà di loro che di me, ma non riuscivo  a frenarmi e non cercavo neanche di voltarmi o di portare la mano alla bocca, ma nella mia disdetta continuavo a fissare il presidente incapace di volgere il viso altrove, supponendo probabilmente per istinto che era impossibile migliorare la situazione, e che potevo sol.

tanto peggiorarla e perciò era preferibile evitare qualsiasi mutamento. Una volta avviato risi poi beninteso non soltanto agli scherzetti presenti, ma anche a quelli passati e futuri, tutti insieme, e nessuno capiva di che cosa veramente stessi ridendo; seguì un imbarazzo generale, soltanto il presidente era ancora relativamente impassibile, da grande uomo avvezzo a molte cose del mondo, incapace di ammettere l’eventualità di una mancanza di rispetto per la sua persona. Se in quel

punto ce la fossimo svignata (poteva darsi anche che il presidente abbreviasse un po’ il suo discorso) ce la saremmo cavata ancora bene, il mio comportamento sarebbe stato certo indecente, ma questa indecenza non sarebbe diventata oggetto di discorsi e la questione, come spesso avviene in questi casi apparentemente impossibili, si sarebbe liquidata col tacito accordo del quattro partecipanti. Per disgrazia invece il collega non nominato (un uomo quasi quarantenne dal viso tondo infantile, ma barbuto, gran bevitore di birra) cominciò un discorsetto del tutto inatteso. Sull’istante mi parve proprio incomprensibile, egli era già sconcertato dalle mie risate, aveva avuto le guance gonfie dalle risa tenute in freno e… ora attaccava un discorso serio. Lo si poteva anche comprendere, poiché ha un carattere focoso, è capace di difendere all’infinito e con passione

affermazioni riconosciute da tutti, sicché la noia di quel discorso era insopportabile senza il lato ridicolo e simpatico della sua passione. Il presidente aveva detto nella sua innocenza qualcosa che non andava a genio a questo collega; oltre a ciò, questi, forse sotto l’influsso delle mie risate ormai ininterrotte, aveva un po’ dimenticato dov’era, pensava insomma che quello fosse il momento buono per esporre le sue particolari opinioni e convincerne il presidente (beninteso del tutto indifferente alle parole altrui). Allorché dunque con larghi gesti delle mani tirò fuori alcune frasi melense

(in genere e qui ‘in particolare) fu troppo per me, il mondo che fino a quel momento avevo ancora avuto davanti agli occhi scomparve del tutto e attaccai una risata così cordiale, così forte, così priva di riguardi, come si può forse fare soltanto tra alunni del popolo sui banchi di scuola. Tutti ammutolirono e io diventai finalmente, a furia di ridere, il centro riconosciuto: naturalmente, mentre ridevo, le ginocchia mi tremavano dalla paura, i miei colleghi poterono ridere a loro volta e a piacimento, senza però raggiungere l’orrore delle mie risate così a lungo preparate ed eseguite,

che rimasero relativamente nell’ombra. Con la destra sul petto, un po’ conscio del mio peccato (ricordando il giorno del gran digiuno) un po’ per togliermi dal petto il gran ridere contenuto, porsi numerose scuse di quel ridere che forse erano molto convincenti, ma in seguito all’esplodere di sempre nuove risate non furono affatto comprese. Ora persino il presidente era sconcertato e col senso che a costoro è innato insieme con tutte le risorse del caso di smussare possibilmente gli incidenti, trovò non so che frase per dare una spiegazione umana alle mie risate, un rapporto, credo, con uno scherzo che aveva detto molto tempo prima. Poi ci congedò in tutta fretta. Invitto, tra grandi risate, ma disperatamente infelice, uscii per primo dalla sala barcollando. Con una lettera che mandai subito al presidente, con l’intervento di un suo figliolo, mio buon conoscente, e infine col passar del tempo, l’incidente si placò, senza beninteso il perdono completo che non otterrò mai. Ma non m’importa molto. Allora lo feci forse soltanto per poterti dimostrar un giorno che so anche ridere.

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