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L'imprenditore rosso | blog di Walter M. Rathenau

Il Piemonte: Buona è la vita senza foga.

Il Piemonte ama presentarsi come attaccato al passato, un po’ lento e tradizionale, molto provinciale. Un posto adatto alle “buone cose di pessimo gusto”, come dice il poeta torinese che apre il secolo XX: Guido Gozzano.

Un Gozzano che ama e rimpiange la sua Torino:

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,

sul mare, tra il cordame dei velieri

sognavo le tue nevi, i tigli neri,

le dritte vie corrusche di rotaie,

l’arguta grazia delle tue crestaie,

o città favorevole ai piaceri!

(…)

Ed il poeta, tacito ed assente

si gode quell’accolita di gente

ch’à la tristezza di una stampa antica…

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio

di bellezza, ove cosa di trastullo

è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio

e quell’ambiente sconsolato e brullo.

 

torino

Il Piemonte è campagna, dura e difficile, come narra Fenoglio nella Malora, il più bel romanzo contadino del 900, un romanzo in cui il Piemonte delle Langhe viene descritto come luogo della più aspra vita agricola. Quella stessa campagna, in questo caso siamo un po’ più a Nord, nel vercellese,  raccontata in uno dei film più famosi del dopoguerra, Riso Amaro, in cui la lotta delle mondine si intreccia con una torbida storia d’amore. Un Piemonte in cui Lavorare Stanca, come canta un altro poeta e scrittore delle Langhe.

Ci sono d’estate

pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese

sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge

per un viale d’inutili piante, si ferma.

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Questo è il racconto del Piemonte che viene fatto dai piemontesi. E saremmo tentati di crederci a questo luogo di rimpianti e di solitudini antiche, se poi non ci ricordassimo che a Torino sono nate l’automobile e il telefono italiani, e la televisione ha visto la sua nascita. Oramai il telefono e la televisione hanno preso da tempo un’altra strada e anche l’automobile se ne sta andando via. Eppure, ciò che è stato innovazione in Italia, ha quasi sempre avuto inizio in questa regione, tanto importante per i destini dell’Italia, quanto periferica. Per non parlare della più importante esperienza imprenditoriale italiana, quella dell’Olivetti, l’unica realtà che ha saputo coniugare il meglio dell’innovazione con la massima qualità estetica, il senso del futuro e le radici nel passato. Bisogna visitare Ivrea la bella, ancora piena di memorie olivettiane e ricca di edifici tra i più importanti dell’architettura contemporanea in Italia.

E il Piemonte è la patria della lotta di classe (tanto per citare un altro film, si pensi al bellissimo I Compagni di Monicelli, che racconta delle prime lotte di fabbrica proprio ai tempi di Gozzano). E qui sono nate, con Gramsci e Gobetti, le più feconde risposte al fascismo.

Dunque? Che cos’è il Piemonte? Facciamo finta di credere ai piemontesi, tanto sappiamo che non è vero:

Eviva i bogianen…Sì, dici bene,

o mio savio Gianduia ridarello!

Buona è la vita senza foga, bello

Goder di cose piccole e serene…

 Guido Gozzano: Torino

Il Giovane Favoloso e la regione al plurale

Il film di Martone, il Giovane Favoloso, ha rilanciato non solo la figura di Leopardi, ma anche quella della sua regione, quelle Marche che un po’ faticano ad avere la visibilità e la fama che altre regioni del Centro Italia hanno, non solo la regina Toscana, ma anche la piccola Umbria, che proprio grazie a una politica di promozione culturale (si pensi solo al Festival di Spoleto e a Umbria Jazz), hanno una loro fama internazionale.

Le Marche sono una regione plurale, una serie di vallate, organizzate secondo l’asse Ovets-Est, separate tra loro. non a caso le province marchigiane sono allineate da Nord a Sud, una dopo l’altra, la prima, quella pesarese, quasi una continuazione della Romagna, l’ultima, l’ascolana, un preludio dell’Abruzzo. Recanati è in provincia di Macerata, nel cuore della regione, e una visita al natio borgo selvaggio, rimasto in gran parte uguale a quello in cui è vissuto il Giovane Favoloso, è un inevitabile viaggio nella poesia. Questo può portare a un banale itinerario dei luoghi fisici: il campanile del passero solitario, la finestra di Silvia, la siepe dell’infinito. Ma può anche dare vita a un viaggio interiore straordinario, come quello che descrive, in un recnete libretto (per la dimensione, non per la qualità) di Franco Cassano: Oltre il Nulla (edito da Laterza). Percorriamo il ragionamento di Cassano nella breve introduzione:

“E’ difficile pensare a Leopardi senza pensare al paesaggio delle Marche.(…) Le Marche sono una dolce e quasi continua successione di vallate e colline affacciate sul cielo, dalla cui sommità è possibile cogliere, lontano ma fortemente presente, l’azzurro dell’Adriatico.”

È un paesaggio che presenta una certa forma di insularità – lo abbiamo visto: Marche è regione plurale – che un altro marchigiano illustre Volponi, presenta disposto “a scomparti valle per valle, campo per campo, monoclinale e dilagante, con i suoi colori animati, tanto da andare a trovare spazio anche all’interno, nell’animo di colui che guarda, ripercuotendo un attonito languore, un incanto che può giungere sino allo sgomento”. (citato da Cassano, tratto da Del Naturale e dell’artificiale, Ancona, 1999).

Uno sgomento che non ci può far andare col pensiero allo sgomento leopardiano:

Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mareIl giovane favoloso : Elio Germani e' Giacomo Leopardi a Firenze

Nella terra in cui i contadini non cantano

A Matera, città europea della cultura, ci sarà modo di riflettere anche sull’identità lucana. Un’identità forte e radicata, anche se ricca di complicazioni. Una Regione, la Basilicata, i cui abitanti si definiscono “lucani”, e in cui i lucani non appartengono solo alla regione. Una terra in gran parte montuosa, percorsa da fiumi polverosi, come dice uno dei suoi poeti, matera_imbrunirema bagnata da due mari, la più ricca dotazione di beni archeologici e una povertà antica e tanto forte da aver connotato di sé anche la modernità.

Non è più la Lucania magica raccontata da Ernesto De Martino con  una ricerca che ha sessanta anni, non seicento e che parlava di una popolazione legata a un passato pre-cristiano, segnato dall’invidia, vero motore della società. Non è più la Lucania raccontata da Carlo Levi, quella terra durissima e aspra in cui i contadini non cantano.

“Qui i contadini non cantano quando lavorano: né il mattino quando partono per il lavoro, né il meriggio sotto il sole, né la sera, nelle lunghe file nere che tornano, con gli asini e le capre; verso le case sul monte, nessuna voce rompe il silenzio della terra. “

 

Eppure è una terra che ha conservato elementi di autenticità, ha radici nel passato più profonde di altri luoghi. E ora, con Matera capitale culturale d’Europa, si potrà anche arricchire – di turismo e di visitatori – che però non dovranno mutare, irreversibilmente, la sua identità. E comunque, scoprire in questi anni che la poesia e la cultura possono creare ricchezza, anche nella terra non visitata da Cristo, è una buona notizia, Carmina dant panem.

 

La campania non esiste

giganteQuando ero bambino – negli anni 50 – vivevo in una cittadina del Nord Italia, figlio di emigranti meridionali. Poco importa che mio padre fosse un alto funzionario pubblico, sempre emigranti eravamo, ci consideravamo e de eravamo considerati. E poco importa che i miei fossero lucani, per i nostri concittadini eravamo tutti “napoletani”.

Quando poi, anni dopo, ci trasferimmo in Campania, scoprimmo che nessuno si considerava napoletano, e pur senza gli estremismi etnico/calcistici del tempo attuale, si viveva con un certo fastidio la vicinanza alla capitale del Sud, con la quale non ci si voleva confondere.

Quindi Napoli è tutto il Mezzogiorno, per chi vive altrove, ma non lo è per chi ci abita. La Campania è Napoli, cioè non esiste, e i campani, tutto vogliono essere, fuorché napoletani. Parlare di Campania significa affrontare questa contraddizione: Napoli è troppo nota, troppo bella, troppo ricca (e troppo povera) e finisce per comprendere tutto.  e questo nega alle altre località il diritto di avere una propria immagine, un’autonoma riconoscibilità. Piemontese o lucano, lombardo o marchigiano sono identità, magari discusse, ma con un proprio senso, campano non significa nulla.

Dobbiamo parlare di Napoli dunque, poi, in un altro post, vedremo come trovare un senso per il resto della regione.

Napoli esiste, più ancora delle altre città italiane, per la sua cultura. Esiste una “scuola napoletana” per la musica (qui si è inventata l’opera buffa), ed esiste una canzone napoletana, che si è per lungo tempo identificata con la canzone italiana. C’è una scuola napoletana in pittura, che vive nei secoli, ma che ha trovato non il massimo splendore, ma il massimo dell’identità con la scuola di Posillipo, pittura di paesaggio e di vedutisti che non brilla per importanza, ma che  ha lasciato un segno nell’immaginario mondiale.

E c’è un teatro napoletano, sia per lingua che per ambientazione. Un teatro popolare da più punti di vista: perché parla di popolo, perché è rivolto al popolo. Dal raffinato realismo di Raffaele Viviani, al realismo piccolo  borghese di Eduardo, fino al melodramma popolano della sceneggiata.

E il teatro è la dimensione forse più autentica della cultura napoletana, quel teatro che è vita quotidiana e che colpisce, oggi come secoli fa, chi visita Napoli:

“Napoli si annunzia libera, allegra, vivace: una folla immensa di gente corre alla rinfusa. Il re è a caccia, la regina attende un lieto evento. Tutto va per il meglio”. Goethe, Viaggio In Italia.

Ma Napoli non si vede così, Napoli è dramma, non commedia come l’hanno vista gli altri. Napoli non è -solo –  idillio, non è – solo – canzone. Napoli è più complicata e non si piace, non si autocompiace. E da troppo tempo di ripete che la nottata finirà, “adda passà ‘a nuttata”.

 

Con quella faccia un po’ così

L’Italia è bella strana. Ovunque il carattere identitario è scritto nella cultura: L’Italia è un’espressione culturale, non geografica, parafrasando Metternich. Per secoli siamo stati divisi in stati, staterelli, fazioni, eppure la nostra cultura non solo è stata segno di identità, ma anche elemento di egemonia. L’italia è famosa nel mondo per la sua cultura, ovvio, ma mai abbastanza sottolineato. Ma questa cultura nazionale in ogni regione assume un carattere diverso (questa è l’eredità della divisione), e se, ad esempio, penso al Veneto, mi viene in mente la pittura: non è che non ci siano poeti e scrittori, musicisti e commediografi veneti e veneziani, ma la pittura mi sembra che descriva il carattere di questa regione, meglio di ogni altra forma artistica e culturale. Il Veneto come colore.

In Liguria, la regione opposta e rivale, di pittura ricordo poco, di romanzi quasi nulla (aiutatemi, ma non mi viene in mente nulla di significativo), invece la poesia domina. e con la poesia, la sua sorella minore, la canzone d’autore. La scuola genovese, con De Andrè, Paoli, Tenco e tanti altri, ha segnato la cultura – non solo quella pop – della seconda metà del secolo scorso.

Scorrendo le pagine di Poeti Italiani del Novecento (a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Oscar Mondadori), ho trovato poesia su Genova e la Liguria di Dino Campana, di Camillo Sbarbaro, di Caproni. E poi c’è Montale, il più grande, che parla, senza citarla della sua Liguria anche nella più celebre delle sue poesie: Meriggiare pallido e assorto:

Osservare tra frondi il palpitare/lontano di scaglie di mare/mentre si levano tremuli scricchi/di cicale dai calvi picchi. 

Ma propongo anche di Sbarbaro alcuni versi della bella poesia dedicata al borgo di Voze:

Voze che sciacqui al sole la miseria/delle tue poche case, ammonticchiate/come pecore contro l’acquazzone;/e come stipo di riposti lini/sai di spigo, di sale come rete.

la Liguria, terra astratta, di canzoni e di poesie.

LA SICILIA: Dove cambiare è un dovere impossibile

Parlare della Sicilia è facile: non c’è territorio italiano più narrato, sia da autori locali, che da italiani e stranieri. Gli scrittori siciliani (tanti e spesso di alto e altissimo livello) si interrogano da sempre sulla siclianitudine, sino a creare una specie di genere. Il gattopardismo (“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”) è diventato un modo di dire che ha coinvolto la Sicilia e l’Italia tutta.

L’immagine dell’isola rimane sospesa, nei testi che la raccontano, tra una visione mitica e fiabesca di “giardino in messo al mare” e quello di terra desolata in cui nulla può cambiare.

E poi, la Sicilia è la terra meglio rappresentata dal cinema italiano: non c’è regista che non si sia confrontato con questa terra, dal genovese Pietro Germi, che le ha dedicato ben tre film, al napoletano Rosi (Salvatore Giuliano), all’aristocratico milanese Visconti (La terra Trema e Il Gattopardo), e poi Antonioni (L’ Avventura), Rosellini (il primo episodio di Paisà e Stromboli). per non parlare dei registi siciliani, a partire da Tornatore. Ma con la Sicilia si sono confrontati anche i registi internazionali: le scene siciliane del Padrino sono tra le più belle.

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il viaggio come esperienza culturale

Il viaggio è un’esperienza. Un’esperienza totalizzante, perché il viaggio implica un’immersione 24 ore su 24 nell’esperienza: si dorme, si mangia, ci si sposta da un luogo all’altro senza mai smettere di viaggiare. Ed è un’esperienza che coinvolge tutte le sue forme: da quelle sensoriali a quelle della conoscenza, da quelle dei sentimenti, alle relazioni interpersonali, e alle azioni. Il viaggio è l’esperienza più totalizzante che ci sia nell’ambito del consumo.

Un’esperienza è tale se la si può narrare: il viaggio è una storia, sia esso raccontato con infinita cultura e sensibilità da uno scrittore come Goethe che fa il Grand Tour, sia la banale sequenza di foto inviate agli amici con whatsapp. Viaggio e narrazione sono legati in modo indissolubile.

La narrazione fa da supporto alla visita, è narrazione di un luogo che viene rivissuta dal novello Goethe, pronto a scrivere – nuovamente, in uno dei mille modi consentiti dal gusto, dalla capacità e dalla tecnologia – il suo Viaggio in Italia. Goethe ha letto, ora viaggia e poi narrerà nuovamente. I documenti – libri, quadri, film, foto – sono l’elemento/chiave del viaggio, perché solo attraverso il loro consumo preventivo e successivo, per conoscere e per confrontare, garantisce la più completa e appagante esperienza. Dai mille viaggiatori ottocentesche, portati a visitare il Colosseo di notte, per imitare il Manfred byroniano (“nella mia errabonda giovinezza, rammento, in una notte come questa, sostai entro la cerchia del Colosseo, tra le altre reliquie di Roma onnipotente”) alle centinaia di migliaia di turisti che oggi inseguono in Sicilia le tracce del commissario Montalbano, i testi che narrano un luogo sono stati i principali responsabili del loro successo di visita.

Raccogliere dunque, in modo articolato e organizzato,  i documenti narrativi che descrivono l’Italia può rappresentare un grande valore aggiunto per il turismo, ma anche un incentivo alla costruzione di un’identità nazionale basata sulla cultura.

Che l’identità italiana sia interamente culturale è cosa nota: ben prima che esistesse una storia nazionale, esisteva una lingua, una letteratura, un’arte, una musica che si definivano italiane e che hanno egemonizzato, per un paio di secoli, la cultura europea. Mettere a disposizione dei turisti – italiani e stranieri – ma anche dei cittadini, un insieme ragionato e organizzato di documenti culturali sul Paese, può rappresentare un’operazione di successo.

Renzi e il marketing della politica

Renzi è un grande comunicatore, su questo, solo su questo, i commentatori sono tutti d’accordo. Ma alcuni considerano questa sua abilità quasi una colpa, un po’ perché questo lo accomunerebbe a Berlusconi, altro grande comunicatore, un po’ per il pregiudizio che c’è verso chi comunica bene: c’è il sospetto che dietro la comunicazione ci sia vuotezza di contenuti, abilità manipolatoria, occultamento dei veri problemi.

A me sembra un po’ bizzarro che la competenza nel comunicare sia vista con sospetto in un politico, e questo proprio dalle persone più vicine politicamente al Presidente del Consiglio, quasi che a sinistra si rimpiangano i cattivi comunicatori. Un politico deve saper cercare consenso, altrimenti non può governare. E questo vale per il Principe di Machiavelli e per i politici del tempo del marketing. Ma oggi è ancor più decisiva, la competenza comunicativa, perché siamo in epoca post ideologica e post moderna, in cui, per usare la felicissima metafora  di Bauman, viviamo in una società liquida. Oggi cioè, la realtà non ha forma solida, viviamo in un contesto in cui il cambiamento è connesso alla nostra stessa esistenza. Non ci sono più le ideologie a farci percepire il mondo attraverso valori stabili, non c’è più una realtà sociale solida, che ci consente di interpretare il mondo secondo gli interessi. Non è più l’esser sociale, per parafrasare Marx, a determinare la coscienza. La comunicazione politica non è dunque, come era in epoca moderna, svelamento degli interessi, dichiarazione di valori e strumento di propaganda. La comunicazione non è “strumento”, ma vero e proprio momento di costruzione della realtà. Se la realtà è liquida, essa prende la forma del suo contenitore e la comunicazione è questo contenitore. Non c’è soluzione di continuità tra la comunicazione e l’organizzazione: non comunicare significa non dare forma alla realtà stessa.

Questo fa oggi un politico, attraverso la sua comunicazione dà forma agli interessi e ai valori. Questo non vuol dire che non ci siano più interessi e valori, ma che essi sono informi, instabili, non leggibili in un contesto di durata. E questo fa Renzi, primo politico della sinistra italiana ad avere chiaro questo obiettivo e questo compito.

E’ ovvio che governare non si esaurisce nel comunicare, e questo Berlusconi non lo ha mai capito pensando che la comunicazione esaurisse i cuoi compiti. Che Renzi sia capace di governare oltre che di comunicare lo deve ancora dimostrare. Ma augurarsi che fallisca, come fa certa sinistra autolesionista, francamente è troppo.

 

Marine Le Pen, l’alto e il basso

Marine Le Pen, dopo la vittoria alle elezioni comunali francesi, ha dichiarato che non c’è più destra e sinistra, ma solo alto e basso, l’élite e il popolo. I politici e la politica sono chiaramente in alto, tra i privilegiati, la casta direbbero in Italia. Non so se ha detto anche questo, ma per far parte del popolo, non ho dubbi, secondo la nostra vincitrice, non bisogna aver letto libri: gli intellettuali sono tutti in alto, fanno parte dell’élite. La cultura è in alto, ed essere in alto significa essere lontani dal popolo, dunque è male.

Questa è la convinzione sempre più diffusa nel nostro mondo al contrario, lo dicevamo nell’ultimo post: la cultura non emancipa, anzi fa male. Per essere vicini al popolo bisogna condividerne i gusti e i vizi, non cercare di educare a un mondo migliore e di far dunque “emancipare”. Il popolo è ignorante e fiero di esserlo, e il politico che vuole essergli vicino deve condividere questa ignoranza.

Io credo che compito dei politici e degli intellettuali sia quello di scendere dalle torri d’avorio in cui si sono rinchiusi, e di affrontare con determinazione anche i rischi della cultura pop. Per questo mi infastidiscono quelli che disprezzano le tecnologie della comunicazione (sui social: mai!), spesso ciò nasconde disprezzo per chi vive con questi mondi e in questi mondi, più o meno virtuali. Ma gli intellettuali – e i politici – devono anche saper rivalutare il ruolo educativo e di crescita proprio della cultura. Senza cultura sarai sempre  povero, questo devono dire intellettuali e politici. Fin quando non sapranno, non sapremo, recuperare il gusto di parlare al popolo e la volontà di farlo screscere le Marie Le Pen vinceranno sempre.

La cultura come emancipazione

Se esco la mattina presto a comprare il giornale, trovo il vecchio compagno S. che compra, come fa da sessant’anni, L’Unità. S. è stato un operaio delle ferrovie e militante del vecchio partito comunista e spesso scambiamo due chiacchere sulla decadenza della società moderna. Vedendomi acquistare un libro di quelli dati insieme con il quotidiano, S. mi ha raccontato che da giovane lui andava in un a sezione del P.c.i. lontana da casa per ascoltare le conferenze di Salinari sul Dante Alighieri. Un’ora a piedi, di sera, dopo aver lavorato, per ascoltare conferenze su Dante. Per un operaio comunista degli anni ’50 era una modalità per la sua emancipazione: conoscere Dante lo aiutava a diventare più maturo, più libero, meno soggetto al dominio del capitale. oggi fa ridere pensare a questo, oggi la cultura “non serve più a niente”, figuriamoci se Dante può dare sollievo e libertà a un giovane operaio.

che cosa è accaduto al Paese? che cosa al mondo per cui la cultura ha perso la sua capacità di liberazione? perché il compagno S. deve sentirsi così estraneo al mondo moderno in cui nessuno più è disposto a leggere per cambiare se steso e il mondo?

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