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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Hillary e il 68 che ha perso

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Hillary è una di noi, è una del movimento. È una sessantottina, posso aggiungere con precisione, perché nel 1968 abbandonò la fede repubblicana e divenne democratica, in seguito alla lotta  contro la Guerra del Vietnam. La sua città, Chicago, nell’agosto del 68 fu teatro dei più duri e violenti scontri tra studenti e polizia che si siano verificati negli Usa, e proprio in corrispondenza della convention democratica che scelse un candidato apertamente schierato a favore della guerra. Non so se Hillary abbia partecipato a quegli scontri, ma nella loro coincidenza entrò nel movimento e si schierò a sinistra. Fino ad arrivare alla sconfitta, terribile, di oggi, la fine definitiva del 68 o almeno dei leader politici nati dalla contestazione.

Hillary rappresenta davvero il peggio di quello che abbiamo fatto in politica, di come non siamo stati capaci, noi sessantottini, di modificare nulla della politica, abbiamo subito le sue vecchie regole e finanche i suoi riti, dando il peggio di noi. I leader di questa generazione, politica e anagrafica, hanno a un certo punto governato il mondo, almeno quello occidentale: più o meno negli stessi anni Clinton (il marito), Blair, Schroder, i nostri gemelli diversi D’Alema e Veltroni, hanno avuto potere nei rispettivi paesi. Ma pensare che questi politici abbiano portato nella politica qualcosa che nasce dalla loro storia  del movimento, che abbiano saputo immettere fantasia, sogni, novità nei contenuti  e nella pratica di governo, ebbene è impossibile. Anzi, sono stati politici capaci di manovrare abilmente, di adeguarsi alle logiche preesistenti, di cercare continuamente compromessi, anche morali, con il “sistema”. E di non sforzarsi di un pensiero nuovo, di una capacità di interpretare il mondo, non dico di cambiarlo.Nessuna immaginazione al potere da parte dei sessantottini in politica, davvero il campo in cui la nostra generazione ha dato il peggio di sé. Dove abbiamo saputo portar dietro il nostro bagaglio di sogni e libertà è stato nelle professioni (Psichiatria Democratica, Magistratura Democratica, Emergency, sono opera di sessantottini o sono cresciute grazie a noi). Nella società e nel costume abbiamo portato un’aria nuova, qualche volta una tempesta: il nuovo ruolo delle donne, i diritti civili, la libertà sessuale sono merito nostro. Nell’informazione e nelle tecnologie della conoscenza sono stati quelli cresciuti nel movimento, o quelli che comunque ne hanno respirato l’aria, a cambiare.

Ma la politica, prima passione di tutti noi, è stato il nostro fallimento. E Hillary, con la sua incredibile sconfitta contro un cialtrone sessista e razzista (che dio ci aiuti!) ne è l’ultima dimostrazione. Ha perso per mille motivi che nei prossimi giorni e anni saranno analizzati, ma ha perso perché non incarnava il cambiamento, perché rappresentava il rapporto con il potere, con quell’odiato sistema contro cui abbiamo maturato le nostre esperienze e le nostre convinzioni. Ha dimostrato, tra l’altro, sempre arroganza e supponenza, quell’arroganza che tanti tra noi hanno maturato nel disprezzo verso chi non aveva le nostre idee,  verso chi non aveva letto i nostri libri, ascoltato la nostra musica, visto i nostri film. Abbiamo perso, cari compagni, proprio lì dove dovevamo agire con più forza e consapevolezza: la politica è peggiorata dopo il nostro arrivo, non è migliorata. È ora di farci da parte, è ora che una nuova generazione subentri, è ora che ci ritiriamo, perché abbiamo fallito. Avevo in mente di scrivere qualche altra cosa, su questo blog, ma mi sembra che questo finale sia quello che volevo dire, sia il finale che avevo scelto. Anche se avevo sperato che una donna, una compagna, avrebbe lasciato una traccia nel mondo a ricordo di quello che eravamo e volevamo essere. Ha perso perché lei non ha capito quello che stava succedendo e perché è stata percepita esattamente come parte di quel sistema che avevamo combattuto. Cari compagni, abbiamo dato l’assalto al cielo e abbiamo perso, non perché non ci siamo riusciti, anzi; abbiamo perso perché arrivati lì in alto non abbiamo saputo che fare. È ora di dire addio.

 

Cinema e 68

il lauraeto

Andavamo a cinema ogni sabato, alle 18, io e tutti i miei amici. I compagni li lasciavo nel week end e tornavo a Peppe, Alberto, Gianlorenzo, oltre Vincenzo che c’era sempre. A Salerno c’erano sei/sette cinema, un paio dei quali aprivano alle 11 e andavano avanti fino allo spettacolo delle 22,30. Noi compravamo il biglietto per i secondi posti che costava 600 lire, se ricordo bene. Si entrava a caso, con il film iniziato, la sala era piena di fumo e tutti i posti già occupati. Si cercava di non guardare il film, per concentrarsi su quelli che si alzavano durante lo spettacolo perché anche loro arrivati a caso, e ci si fiondava sui posti lasciati liberi. A quel punto si poteva anche guardare il finale, che poi avremmo visto di nuovo, perché noi uscivamo solo a spettacolo finito. Si parlava durante il film, si fumava e nessuno si lamentava perché tutti i locali chiusi erano invasi dal fumo e non ci facevamo caso, anche quelli come me che non fumavano. Se avevi la ragazza ti baciavi, ci sono amici che sono stati a cinema e non hanno visto nemmeno una sequenza, impegnati in lunghissimi baci e – se la ragazza te lo consentiva – furiosi palpeggiamenti. Per questo io avrei dovuto aspettare un paio d’anni e guardavo con invidia i baciatori che  non si preoccupavano in alcun modo dei vicini e si dedicavano convinti alle pratiche erotiche. Il buio della sala, la sensazione onirica della visione del film, consentivano una libertà, un abbandono e un piacere che abbiamo perso nell’epoca della fiction on demand ovunque, sul divano, alla scrivania, in treno o anche nelle gelide multisale.

E comunque, il cinema fu per noi educazione al sesso, almeno in un caso in senso letterale. Vedemmo Helga proprio nel 68, un noioso documentario tedesco che ebbe un successo straordinario di pubblico e nel quale veniva mostrato un parto registrato in diretta, uno spettacolo che di erotico non aveva nulla, ovviamente, ma che richiamò masse alla visione. C’erano poi i primi film con nudi, quasi sempre vietati ai minori di 18 anni, e quindi a noi preclusi. A noi, ma non a Peppe, che si fece crescere dei grandi baffi e riuscì a entrare a Les Biches, impresa di cui si vantò ma senza mai raccontarci quello che aveva visto e la cui immaginazione eccitava morbosamente tutti noi. Ma un seno nudo lo vidi anche io, e la cosa mi turbò molto. In Tre passi nel delirio, film a episodi affidato a grandi registi, credo nel pezzo affidato a Malle, a una fanciulla viene strappata la veste e per un attimo – infinitesimo ma sufficiente per farcene parlare a lungo –  si vede un seno e un capezzolo.

Fu, Tre passi nel delirio, uno dei primi tentativi di far maturare in noi un gusto nuovo, il piacere di un film adulto, e l’episodio di Fellini, un magnifico esempio di cinema dark, mi impressionò molto. Così come mi colpì molto 2001 Odissea nello spazio, mi colpì per la straordinaria capacità visionaria, per l’episodio della guerra tra scimmie, per la stazione spaziale che ruota sulle note di Strauss. Ma non ci capii nulla, e presi in giro, aiutato dagli altri, un amico che pretendeva di spiegarlo con astruse interpretazioni; per noi quel film aveva belle scene e una bella fotografia, ma in fondo “era una cagata pazzesca!”. (In realtà avevo il sospetto che dietro ci fosse un grande film, ma non avevo ancora maturato né la competenza critica né la spocchia radical chic, e quindi mi adeguavo all’opinione comune).

Ho consultato l’elenco dei film usciti quell’anno, mi persi Teorema, perché vietato, tutto Goddard di cui non sapevo nulla, Bellocchio e Samperi, che avrei visto più tardi (trovo furbo ma notevole “Grazie Zia”, torbido ben di più del grande successo con Laura Antonelli che arrivò anni dopo). Nulla di Amelio, di militante davvero, a Salerno non arrivava nulla di tutto ciò. Mi persi anche “Berretti Verdi”, che aspettavo con ansia per fare casino davanti al cinema: era un film di John Wayne che lodava i corpi scelti americani contro i viet-cong, e fu contestato in tutta Italia, ma i distributori locali si guardarono bene dal darci questa soddisfazione.

Non vidi gli ultimi cascami del western all’italiana, o forse ne vidi qualcuno ma non ne ho memoria. Non vidi Franco e Ciccio che nel 68 fecero 7 film (!). Non ho mai visto un loro film e per quanti sforzi abbia fatto, quando ne guardo un frammento mi annoio a morte, davvero non capisco le polemiche sulla loro sottovalutazione.

Due furono i film politici che mi piacquero tanto: “Se”, e “Z L’orgia del potere”. Il primo è un film ambientato in una scuola inglese con Malcom McDowell  che avremmo amato come protagonista di Arancia Meccanica. La scena finale con gli studenti che sparano sui docenti dai tetti è ispirata a un film meraviglioso che vidi anni dopo: Zero de Conduit, quello sì un capolavoro rivoluzionario. Z invece era un classico film di denuncia ambientato in Grecia: quando il procuratore incrimina i militari colpevoli non ricordo di che cosa, in sala applaudimmo, nella perplessità dei presenti. Un film che più tardi, quando avevo il culto di Goddard e Straub, avrei definito un “film politico”, che era una specie di insulto rispetto al nostro amato cinema “fatto in modo politico”.  Una formula che usavamo spesso con gli amici cinefili (Giovanni, ricordi?) un po’ a proposito, un po’ come grimaldello per tutti i film che ci piacevano. (Il più bel film della storia, La Corazzata Potemkin è politico ed è anche “fatto in modo politico”, con buona pace di Goddard e delle puttanate che dicevamo allora).

Ma allora la cinefilia era lontana, e il film davvero più sessantottino di tutti, quello che ha vinto anche il piccolo sondaggio che ho lanciato su FB, fu Il Laureato,  la più grande storia d’amore della nostra generazione. La scena della fuga in pullman di Dustin Hoffman in jeans e Katharine Ross in abito da sposa è la metafora del movimento: abbiamo fatto casino e siamo fuggiti dalle vostre stupide e ipocrite vite, ora siamo su un pullman preso a caso. Dove finiremo?

Ps ma forse c’è un altro film di quell’anno che vidi solo molto dopo, che narra la metafora del movimento ancor meglio. Parlo della “Notte dei morti viventi” di Romero, il primo della serie infinita degli zombi. Gli zombi eravamo noi, che crescevamo inarrestabili e che con un morso facevamo proselitismo: avremmo spazzato via tutto e conquistato il mondo. E il fatto che gli altri non capivano nella di noi, ci era indifferente: volevamo il potere non essere compresi. Oggi gli zombi ci sono ancora nell’immaginario collettivo, e sono gli immigrati. In un modo o nell’altro il mondo sarà degli zombie.

Uccidere il padre

 

foto

Dall’inizio della contestazione e per tre anni buoni, con mio padre non parlai. Le nostre comunicazioni si fermavano all’utilità pratica (mi passi il sale?) e al litigio politico. Litigai ferocemente con mio padre quell’anno e quelli successivi, normalmente a tavola, quando eravamo costretti a stare insieme. Prima e dopo, ognuno faceva la sua vita, ignorando l’altro: mio padre nulla sapeva dei mie studi (non è che ci fosse molto da raccontare in proposito, peraltro), e io del suo lavoro. Mamma che aveva fatto sempre da mediatrice, non sapeva che fare, si arrese presto, incapace di scegliere. Ero profondamente convinto di avere ragione, non tanto sui termini dei litigi, quanto sul fatto che si doveva litigare, che la contestazione non aveva senso se non coinvolgeva innanzitutto la famiglia. Strafottente e arrogante, portavo avanti la mia vita e le discussioni con il solo vero obiettivo di far perdere la pazienza a mio padre, cosa che mi riusciva facilissima.

 

Quello che accadeva da me, accadeva più o meno ovunque. Chi aveva un padre di destra, conservatore, aveva in qualche modo vita più facile: si combatteva dai lati opposti della barricata Chi, come me, ne aveva uno progressista, trovava altre resistenze, perché i padri di sinistra si sentivano due volte frustrati, accusati non solo di non essere padri adeguati, ma anche di non essere – abbastanza – di sinistra. Noi uccidemmo il padre quell’anno, e non è che avemmo la strada spianata: erano padri difficili quelli, che non avevano nessuna intenzione di farsi da parte. Ma eravamo troppo diversi da loro: vestivamo diversamente, ascoltavamo un’altra musica, avevamo un’altra idea del lavoro, dei rapporti sentimentali, del modo di fare politica. Ma, specialmente, volevamo decidere noi che cosa fare della nostra vita e come sbagliare, non volevamo più nessuno che ci desse consigli, indicazioni, ordini.

 

Con i nostri figli è andata diversamente. L’unico modo di crescere è quello di uccidere il padre, ma noi lo facemmo in modo così radicale e profondo, che ci siamo spaventati, e coi nostri figli abbiamo adottato un’altra tattica, quella della collusione, con il risultato che i figli non ci hanno ammazzato (nemmeno ci hanno provato, in maggioranza) e non sono mai cresciuti. E così si è verificato il paradosso: per non essere da loro ammazzati, abbiamo rinunciato al nostro potere, ed eccoci qui, pronti ad obbedire ai loro bisogni e ai loro capricci; per evitare di perdere il potere che avevamo conquistato, abbiamo deciso di colludere con i nostri figli, di diventare loro amici, di aiutarli e comprenderli, e di smettere di educarli. Chi mi conosce sa che parlo da irresponsabile, nel senso che figli non ne ho avuti, ma quelli dei miei amici sono lì a documentare questo nostro fallimento.

 

Ci sono gli elementi di colore, in questa nostra ritirata. Tutti conosciamo i casi di amici che costruiscono le loro agende sulle mille attività dei figli: al pomeriggio lezione di piano, poi di corsa in piscina, alla lezione di karate e poi al ballo, alla festa di compleanno e ancora ad assistere alla – loro –  partita di calcio. E la sera a cercare di aiutarli nei compiti a casa, sperando di non fare troppe brutte figure. In un incastro di impegni e appuntamenti degni di un manager dell’informatica, e non di una coppia di pargoli, si inseguono i figli in giornate che abbiamo riempito noi stessi. E poi dobbiamo consolarli delle defaillances, capirne le crisi, prendercela con gli insegnanti che non li capiscono.

 

Le famiglie, che, quando io ero bambino, si costruivano sui bisogni dei “grandi”, oggi si modellano invece sui bisogni dei piccoli: sono loro che determinano ritmi e tempi, e i genitori finiscono per adattarsi, adeguarsi, farsi da parte. I bambini oggi non hanno problemi a stare con i grandi, parlano con loro disinvoltamente, danno del tu a tutti, chiedono e ottengono che si faccia silenzio per ascoltarli, o per poter ascoltare quello che interessa loro. In quante cene abbiamo dovuto abbassare la voce perché i figli dovevano vedere  i cartoni in televisione? Abbiamo dovuto fingere interesse ai video-giochi che ci venivano illustrati e commentati? Abbiamo dovuto interrompere le conversazioni perché dovevamo urgentemente rispondere alle domande dei bimbi?

 

Quando era bambino io, venivo esibito ai grandi in visita per pochi minuti, acconciato in modo più o meno formale a seconda dell’importanza dell’ospite, e poi, dopo aver risposto in modo educato – e dando del lei – ad annoiate e rituali domande (che classe fai? Vai bene a scuola?) potevo finalmente fuggire in camera mia a giocare con mio fratello, lontano dalle chiacchiere dei grandi. Ma senza fare troppo rumore, se no arrivava qualcuno – mia madre o mio padre, a seconda della crescente gravità – a richiamarci bruscamente all’ordine.

 

Poi, appunto, ho deciso di ammazzare mio padre, e il problema della convivenza con i grandi non si è più posto: erano nemici, e quelli che volevano colludere più degli altri, accusati, guarda caso, proprio di paternalismo. (Mio padre no, non ha mai nemmeno cercato di colludere: lui giudicava, ed era inflessibile. Ricordo benissimo una volta che attribuii un mio insuccesso alla sua presenza; lui mi disse brusco: “non ti permettere di dare la colpa a me di quello che ti succede! Prenditi le tue responsabilità e sii uomo.”).

 

La colpa è nostra, lo ripeto, che ci siamo sottratti al nostro ruolo, che non abbiamo voluto giocare la nostra partita. Ci siamo compiaciuti del fatto che i nostri ragazzi ascoltassero i Beatles, che mettessero la maglietta del Che, che guardassero i film di Woody Allen, ed ora non possiamo pretendere che vadano via di casa, e che finalmente ci lascino liberi. Liberi, se non di comandare, almeno di non obbedire più.

 

E io, che ho perso la mia occasione, vorrei tanto tornare a litigare con mio padre, visto che di figli non ne ho avuti. Ma lui si è sottratto, non c’è più, e mi ha lasciato solo. Con chi litigo, papà? Con chi posso pigliarmela per le mie sconfitte? Come faccio, come faccio?

 

 

 

 

La rivoluzione sessuale

femminismo

 

Le compagne, angeli del ciclostile

Di quello che è accaduto in quegli anni non mi sono perso nulla: quando non sono stato protagonista, sono stato almeno testimone. Solo della rivoluzione sessuale, confesso, mi sono sfuggite tutte le opportunità. Non so che sia accaduto a Berkeley o alla Sorbona (o magari anche alla Statale o alla Sapienza), ma a Salerno del libero amore non abbiamo avuto traccia.

Eppure le ragazze, nel 68 e dintorni, c’erano eccome, e hanno svolto un ruolo tutt’altro che secondario. All’inizio hanno giocato una funzione, per così dire, ancillare; si coniò un termine per designarle, angeli del ciclostile, per testimoniare la loro silenziosa e  costante presenza come assistenti, addette al massimo alla custodia e alla collaborazione, pronte a volantinare, a partecipare ai cortei, a votare nelle assemblee, ma non a parlare e a intervenire. Mentre noi maschi litigavamo ferocemente per la leadership, ci scontravamo sulle teorie e le interpretazioni, programmavamo gli scontri con i fascisti (e qualche volta, molto raramente in proporzione con i preparativi, li mettevamo in pratica), loro assistevano. Eppure, già allora, all’inizio, la loro partecipazione era visibile – e i fascisti pieni di mortuario virilismo ce le invidiavano – e coraggiosa; ricordo una giovane compagna che veniva regolarmente pestata dal padre e dal fratello – altro che i fascisti – perché veniva alle manifestazioni e stava con noi, e ce lo raccontava con serenità, senza rivendicazioni di eroismo (oggi è psichiatra in una città del Nord, agevolata dall’esser cresciuta in una famiglia di matti furiosi). E senza arrivare al suo stoico comportamento, per tutte le compagne partecipare alla vita politica, fare i cortei, sorbirsi le estenuanti riunioni piene di chiacchiere e di fumo, era un rischio: non era il loro compito, quello di far politica, di stare con tanti maschi, di frequentare ambienti così equivoci come i partiti di sinistra. Erano delle puttane, questa opinione, non sempre espressa ma chiarissima, era generale, dei professori, dei genitori, magari anche delle amiche. Eppure, man mano che la contestazione si diffondeva, che gli scioperi si moltiplicavano, che le assemblee si svolgevano numerose, le ragazze divennero più presenti, più sicure di sé, più combattive, più protagoniste. Fino all’esplosione del femminismo, quando cacciarono noi maschi dalle riunioni e dai cortei, e fecero la loro rivoluzione, quella che ha segnato di più gli anni successivi, uno dei pochi motivi per cui continuo a credere che quello che facemmo allora valeva la pena.

Il vento soffia

Ma il vento della novità, e della rivoluzione del costume, soffiava ovunque, e anche le ragazze che non frequentavano il movimento erano prese da un senso di libertà che cambiava il loro modo di essere, di confrontarsi con noi, di gestire gli aspetti sentimentali. E noi maschi, sempre leader politici, sempre capi in conflitto per la guida del movimento, nei rapporti sentimentali fummo messi in difficoltà, in crisi. Sempre più spesso erano le ragazze a menare le danze della relazione, a “mettersi” con qualcuno – come dicevamo per non usare l’inadeguato “fidanzarsi” – e a lasciarlo, a costruire rapporti con più soggetti, a lasciare e a prendere. Il tempo delle fanciulle alla ricerca del marito era finito, ed era finito il tempo dei maschi che seducevano e abbandonavano. Ora a essere abbandonati eravamo sempre più spesso noi, e a nulla serviva primeggiare nelle assemblee e nei tornei verbali, la sofferenza d’amore toccava ai leader come ai gregari. C’erano ancora i maschi seduttori, quelli che facevano collezione di prede, ma erano molto di più le ragazze che conducevano il gioco. Ricordo appena un paio d’anni dopo il 68, che il gruppo extraparlamentare di cui facevo parte fu sconvolto da una compagna che alternò la propria disponibilità tra due compagni, che erano amici e che furono travolti dalla sua incertezza. E poi li lasciò entrambi e provocò una crisi quasi irreversibile al gruppo perché si mise con il ragazzo di un’altra compagna, che scatenò l’inferno a sua volta. E ricordo quando mi chiamò a telefono disperata un’altra compagna – che peraltro io corteggiavo senza speranza – per mandarmi a casa di colui che aveva minacciato il suicidio per colpa sua e le aveva detto di essersi tagliato le vene. Io intervenni correndo trafelato a casa sua, per scoprire che i profondi tagli che si era procurato erano in realtà due graffietti, e lo portai in giro per la città a piangere la crudeltà della bella e a lodarne le qualità mirabili. Detto in questo modo sembrano storie di ragazze un po’ leggere e superficiali, eppure non è così, si trattava di una lotta di liberazione, in cui usciva una vitalità e una voglia di sperimentare che noi uomini sublimavamo nella politica e che loro, le compagne, esercitavano su tutta la vita. Quelle che lottavano per la felicità erano loro, non noi che giocavamo con il potere e con le inevitabili miserie e sconfitte che alla lotta per il potere sono legate.

Sofferenze e rivoluzione

Ci hanno fatto soffrire, le ragazze di allora, mi hanno fatto soffrire in tante. (Qualcuna l’ho fatta soffrire io, ma chissà perché di queste ho meno memoria). Da L. – quella che causò il suicidio simulato – che cambiava ragazzo e poi veniva a piangere da me, l’unico che la capiva. Ad A. , che io ero il vero uomo della sua vita e però era troppo facile dimostrarlo e quindi dovevo aspettare. Avevano il vento del cambiamento che le spingeva e sono state loro, le ragazze di quegli anni, che hanno fatto la rivoluzione. Quindi in fondo, anche a Salerno ci fu la rivoluzione sessuale, anche se non ebbe i caratteri pecorecci che nelle mie fantasie – e nelle sciocche idee di chi vi si opponeva -  ci si immaginava. Furono loro, le ragazze di allora, a capire davvero che se la rivoluzione si doveva fare, riguardava le vite di tutti noi. Non la mortifera e crudele politica che riguardava il potere e quindi era la cosa più lontana dalla felicità che si potesse immaginare.

 

Ps. Quando conobbi l’attuale signora Rosco – ero appena diventato un reduce – fu per me una sorpresa totale: aveva attraversato quegli anni, gli stessi miei anni, senza mai partecipare a un corteo, senza fare un’assemblea, senza capire la differenza tra un marxista.leninista e un operaista, senza distinguere un amendoliano da un ingraiano. Eppure il vento lo aveva  colto anche lei, e senza chiedersi se era libeccio o maestrale, se avrebbe soffiato un giorno o un anno, aveva alzato le vele e se ne era andata via, libera e sola. Non lo sapeva allora e non lo sa adesso, ma la signora Rosco – di tutte le ragazze di cui mi sono innamorato, l’unica donna che ho amato – è stata una sessantottina onoraria. Non fatemi spiegare perché, è così. E quindi anche a lei, specialmente a lei, è dedicato questo lungo post.

 

 

 

Italia Germani 4 a 3

italia germania

 

Il gol di Rivera a 9 minuti dalla fine, il gol del mio Rivera,  è stata la gioia sportiva più grande che abbia mai avuto. Una gioia inutile, visto che poi avremmo perso la finale col Brasile, ma una gioia che non proverò mai più.

Siamo nel 1970, a soli quattro anni dalla Corea, ma la Nazionale ha già vinto nel 1968 gli europei, è forte, ha una grande difesa e la migliore punta del mondo, Riva Rombo di Tuono, e con la Germania la partita è aperta. Ho fatto un salto nel racconto, sono passati due anni dall’inizio della constatazione, io sono il leader del movimento studentesco al Tasso e probabilmente in città, l’anno scolastico  successivo farò la maturità e già so che il Liceo tremerà, che quel mio ultimo anno di scuola sarà mitico. E l’Italia è eccitata, c’è stata la contestazione, poi l’autunno caldo, i giovani sono i protagonisti, noi giovani siamo i protagonisti. I cortei, le assemblee, le occupazioni segnano il paese, determinano il clima generale, ce la faremo, il nostro assalto al cielo avrà successo. Intanto il nostro linguaggio, la nostra cultura si espande ovunque, anche al tifo calcistico, come dimostrerà quella notte, la notte dell’Atzeca. Lì era giorno, probabilmente pomeriggio, ma da noi era tardi, faceva caldo, le finestre erano aperte e dovunque si sentiva, nella città deserta, la voce di Nando Martellini.

Fu la solita partita italiana per 90 minuti: avevamo fatto un gol e poi tutti dietro a  difendere il risultato. Una partitaccia probabilmente, ma chi se li ricorda quei primi 90 minuti? Tra il primo e il secondo tempo Rivera prese il posto di Mazzola, nella stupida staffetta che aveva inventato Brera, il giornalista che aveva influenza su tutto il calcio italiano. Poi, durante un recupero che allora non faceva fare nessun arbitro, il terzino tedesco che giocava nel Milan, Schnellinger il biondo, si avvia, racconta lui, verso la nostra porta per arrivare prima all’ingresso degli spogliatoi considerando chiusa la partita, ma la palla gli capita tra i piedi e la tira in porta bucando Albertosi. È il suo unico gol in Nazionale, e anche nel Milan non ne ricordo altri. Restammo delusi, ma consapevoli che quello era il nostro destino, ci toccava perdere, proprio quando eravamo sicuri di avercela fatta: la nostra furbizia, l’odiata furbizia italiana, era stata punita. Mio padre minacciò di andarsi a coricare, tanto era tutto perso. E quando, pochi minuti dopo l’inizio del supplementare, la Germania segnò di nuovo, eravamo tutti certi che era giusto così, era scritto che dovevamo perdere, che dovevamo essere puniti. E invece un altro terzino, un altro che non segnava mai, Tarcisio Burgnich, la mise dentro, chissà in quale mischia davanti alla porta tedesca. E poi segnò Riva, e mio padre, che aveva continuato a minacciare di andarsene a letto, mi abbracciò felice, ce l’avevamo fatta. E invece ancora segnò la Germania, su un orribile calcio d’angolo con errore di Rivera. Il minuto dopo, Boninsegna corse sulla sinistra, arrivò sul fondo e crossò. Rivera colpì di piatto e la mise dentro. Mancavano nove minuti al finale e io, e tutti credo, mi immaginai che la cosa non sarebbe più finita, che ogni occasione un gol, ora l’uno, ora l’altro. E invece finì: avevamo vinto. Chi aveva sonno? Ci mettemmo sul balcone, un po’ ubriachi per la stanchezza, l’emozione, l’ora tarda. E sentimmo che la città si animava, che la gente scendeva in piazza, suonando il clacson, esultando. “I soliti salernitani casinisti”, commentò mio padre, ma il suo cinismo era falso più che mai: si capiva benissimo che sulle quelle macchine a fare casino ci sarebbe andato volentieri anche lui. Ma non erano i salernitani, era tutta Italia che abituata a scendere in piazza per manifestare rabbia, dolore, volontà di lotta, protesta, ora aveva voglia di manifestare la propria gioia. Fu la prima volta che una simile manifestazione, spontanea, scoppiò in tutto il paese, e solo più tardi avrei capito che questo passaggio dalla cultura della politica a quella dello stadio era la nostra più grande vittoria, che davvero avevamo cambiato il mondo, che la gente voleva partecipare, stare insieme, condividere.

Lo capii, questo, quando avvenne l’effetto contrario, quando vidi, anni dopo, che la cultura della curva aveva invaso i nostri cortei, che il punto non era più festeggiare tutti insieme, manifestare la gioia con gli altri (e magari sfottere l’avversario), ma era testimoniare la propria appartenenza esclusiva e violenta. Chi non salta è. Fascista, socialista, Berlusconi. Chi non salta è.

Ma quella notte, quella dolcissima notte in cui nessuno voleva andare a dormire, nemmeno mio padre, a tutto questo non pensammo, pensammo che l’Italia era cambiata, che poteva vincere attaccando, e che alla fine, furbi o coraggiosi, quella partita non l’avremmo mai dimenticata.

Il Pci

pci

 

L’ho sempre chiamato piccì, tutto attaccato, o “il Partito”, con la maiuscola che si sentiva anche parlando. Ancora oggi, se mi sentite dire “il Partito” parlo di quel partito lì, e gli amici mi prendono in giro, cercando di spiegarmi che quel partito, insieme a tante, troppe cose, non c’è più. Quando nel 1972, dopo anni di felice e irresponsabile estremismo, presi la tessera, mi sentii alla fine di un viaggio, finalmente a casa, e il Partito fu il luogo della mia maturazione politica e della mia vera formazione. Il senso di responsabilità, la capacità – o perlomeno, la volontà – di misurare le mie decisioni con le conseguenze, la disponibilità a verificare, sempre, le condizioni di consenso delle mie scelte, i rapporti di forza, la necessità di rinunciare quando era il caso, sono tutte cose che ho imparato lì e che mi sono portato nel lavoro, oltre che nella vita quotidiana. Insieme con la consapevolezza che tutto quello che facevi, tutto, aveva risvolti morali, che non dovevi rispondere solo a te stesso, che ogni più piccola scelta ha conseguenze sugli altri.

Invece nel 68 il rapporto, non solo mio, con il piccì non era buono, e tendeva a peggiorare. Si sa, noi eravamo contro i padri in quell’anno, e quello era il partito dei padri, autoritario, qualche volta paternalista, poco empatico, tutto teso al rigore e al rispetto delle regole. Tutte cose che ci piacevano pochissimo, e che ci rendevano fastidiosa la vita con i compagni del piccì. Non eravamo nemmeno comunisti, noi, alcuni erano dichiaratamente anarchici, altri lo erano di fatto; del socialismo reale, dell’Unione Sovietica, non ci piaceva nulla, e anche la Cina, a quei tempi, ci piaceva poco, amavamo Cuba e più di tutto il Vietnam, quelli erano i soli comunisti che ci piacevano.

Eppure frequentavamo la sede della Federazione, lì ci vedevamo per le riunioni, ma stavamo solo con i compagni della Fgci, con i grandi non avevamo rapporti, loro ci guardavano male e noi li ricambiavamo con l’indifferenza. I giovani erano diversi, loro soffrivano il rapporto con il partito: erano dentro il movimento e sicuramente se la dovevano vedere con i dirigenti in un rapporto non facile, ma a noi non fregava nulla della loro politica, anzi, in fondo della politica in generale non ci interessava nulla, non analizzavamo i cambiamenti della DC, non entravamo nei tormenti dei socialisti, non ci preoccupavamo dei governi che si succedevano. Da una parte c’eravamo noi, dall’altra il Sistema, e l’impressione che il partito comunista facesse parte del Sistema era forte. Quando avremmo abbattuto tutto, anche il partito comunista sarebbe stato travolto.

Eppure ci fu un’occasione in cui il Partito Comunista, i vecchi del partito, ci scavalcò e noi finimmo per farci trascinare. Accadde, in quell’anno terribile, che un giovano cecoslovacco, Jan Palach, si uccidesse per protesta contro gli occupanti sovietici. La cosa scosse il mondo e fu immediatamente “strumentalizzata” – come dicemmo noi – dai fascisti, che ne approfittarono per lanciare un movimento anticomunista nelle scuole. Anche a Salerno fu proclamato uno sciopero con corteo  che ebbe l’adesione, più o meno esplicita, di molti presidi, che consentirono agli studenti di partecipare. Noi ci mobilitammo subito nelle scuole per rispondere alla strumentalizzazione, anche se con un po’ di ipocrisia: Jan Palach era un giovane che ci assomigliava e che lottava come noi per la libertà. Ma combattere i fascisti era per noi un obbligo morale, quasi una reazione pavloviana, e quindi provammo a organizzare qualcosa, un contro sciopero su motivazioni di sinistra, roba un po’ confusa. Andammo nella Federazione Comunista e per la prima volta trovammo i grandi del partito decisissimi a aiutarci, anzi, si misero alla testa, mobilitarono gli operai, quegli operai che noi invocavamo nei cortei, ma che non incontravamo mai, il sindacato, tutti i militanti. La parola d’ordine era No Pasaran, e la determinazione a non far svolgere il corteo degli studenti, guidato dai fascisti, fu totale. Davanti al Tasso arrivarono cinque o sei militanti del partito, che picchiarono subito i fascistelli che avevano spiegato i loro tricolori e li misero in fuga. Io, preso per la prima volta da una accesso di buon senso, decisi di entrare a scuola e mi sottrassi allo scontro. Invece i funzionari del partito – quelli che ci accusavano di estremismo ogni cosa che dicevamo – quelli della Fgci, alcuni militanti, quelli del Psiup, i deputati di Salerno,  si schierarono a Piazza Malta e, quando il corteo degli studenti, numeroso e guidato appunto dai fascisti, arrivò, non lo fecero passare. Si accesero, mi hanno raccontato, vari scontri ai lati della piazza, mentre la polizia tentava di convincere i parlamentari comunisti a far passare il corteo, ma non ci fu verso, non dovevano passare e non passarono. Con una nostra vittoria si concluse quella giornata, io lo appresi nel pomeriggio, quando, pentito e vergognoso, andai a parlare con i compagni in una Federazione eccitata.

-          Abbiamo vinto? – chiesi a Michele che stava torvo e solitario in un angolo.

-          Abbiamo fatto un piacere al piccì e abbiamo picchiato qualche povero studente. – mi rispose. La rottura con loro era scritta, era solo questione di tempo: le nostre strade si sarebbero separate, solo che noi ne prendemmo una ancor più sbagliata, una che non portava da nessuna parte.

Compagni

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Mi piacerebbe riuscire a spiegare che cosa significa “compagno” a chi non lo è mai stato. E forse dovrei aggiungere: a chi non lo è stato in quell’anno, perché quello è stato uno straordinario anno  di compagni: compagni che andavano e venivano, compagni che scoprivano solo allora di esserlo, compagni che lo sono rimasti tutta la vita, compagni che si sono dimenticati già l’anno dopo che cosa significava questa parola, compagni che hanno tradito quando i tempi si sono fatti cupi, compagni che non hanno avuto coraggio, compagni che hanno sbagliato non solo per sé, ma per tutti noi, per tutti i compagni.

Stavamo tutti insieme, in gruppo, ci vestivamo nello stesso modo, parlavamo molto, litigavamo moltissimo, non eravamo mai d’accordo su niente, facevamo a gara a chi era più estremista, a chi la diceva più grossa, a chi riusciva a stupire gli altri, ma eravamo tutti compagni, compagni per la vita.

C’erano quelli della Fgci, che però tra loro si dividevano in quelli più vicini al movimento e quelli che invece non si confondevano. Erano comunque tutti convinti che prima o poi avremmo capito, e ci trattavano come persone da educare, da far crescere poco a poco, sicuri che prima o poi avremmo trovato la strada del partito. Poi c’erano quelli del Psiup, che, come i socialisti di prima e dopo, ostentavano un atteggiamento di snobistica distanza dai comunisti, sempre trattati come dei bravi compagni pieni di buona volontà, ma che non avevano  capito abbastanza, e che, probabilmente, non ci sarebbero mai arrivati. Loro non facevano proselitismo, erano soddisfatti di esser pochi: socialisti si nasce, non si diventa.

Poi c’erano i compagni militanti, quelli che vendevano i giornali, che raccoglievano i fondi, che non perdevano un’assemblea anche se nessuno li aveva mai sentiti parlare. C’erano quelli che stavano lì perché gli piaceva il casino, erano  l’ala goliardica del  movimento, ma servivano anche loro. C’erano anche le compagne, poche, quasi sempre “fidanzate di qualcuno”, fedeli e silenziose, ma anticonformiste loro più di tutti noi, e i fascisti ce le invidiavano da morire, loro che erano abituati a vivere in un mondo virilista e mortuario, che non esercitava nessun, pur vago, fascino sulle donne.

Tra i compagni ognuno si sceglieva quelli che, per vie spesso strane e imprevedibili, sembravano più affini, e con questi si costruivano delle frequentazioni più assidue. Essere compagni era qualcosa di meno, ma anche di più, che essere amici, e se poi il tuo amico era compagno, ecco, l’equilibrio perfetto era costruito.

è un brano del mio romanzo “Ma che colpa abbiamo noi”, scritto nel 2000 e dedicato, guarda caso, al 68. Evidentemente è la mia ossessione.

Assemblea generale

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La prima assemblea che tenemmo al Tasso, la perdemmo rovinosamente. Imparai presto che la politica è capace di darti le delusioni più grandi e le sconfitte più brucianti.

Assemblea era la nostra richiesta, l’assemblea per il movimento studentesco era più che una parola d’ordine e una rivendicazione, era lo scenario reale e immaginario per lo svolgimento  della politica. Nessuna mediazione, nessun filtro, nessuna organizzazione: assemblea generale significava democrazia diretta. Chi aveva più argomenti, vinceva; in assemblea si sviluppava il dibattito, si formava la decisione, si esercitavano i diritti. In assemblea nascevano i leader del movimento, lì e in nessun altro luogo.

Al Tasso proclamammo uno sciopero, Ernesto, Franco ed io, appoggiati dagli universitari che in qualche modo ci indirizzavano. Lo sciopero riuscì, andammo in delegazione dal provveditore che  ci concesse, subito e senza condizioni, tutto quello che volevamo e il preside ci fece organizzare la prima assemblea. Eravamo inarrestabili, nessuno ci avrebbe fermato. E invece ci fermammo alla prima stazione. Prima assemblea, parlammo Franco, Ernesto ed io chiedendo un’assemblea generale subito e senza formalità. I fascisti, torvi e cupi, chiesero l’assemblea rappresentativa, quella che voleva anche il preside. Un gruppo di ragazzi che non conoscevamo – cattolici, pareva, forse democristiani – propose l’assemblea con un comitato di presidenza. Ci sembrò una posizione sbagliata e di bassa mediazione: o assemblea generale, senza compromessi, o nulla, ci opponemmo. Si votò e perdemmo. Fuori del liceo ci aspettavano gli universitari (Fernando, Nicola, Aurelio, Salvatore), a cui comunicammo la sconfitta, più delusi che depressi.

Fu così tutto l’anno (e tutta la vita), vincemmo la successiva assemblea, alleati con i cattolici che non solo non erano democristiani, ma che in molte cose erano più avanti di noi, fino alla mitica occupazione. Poi perdemmo, vincemmo ancora, perdemmo. L’opposizione era costituita dai moderati che si accordavano con il preside per depotenziare le nostre proposte e dai fascisti, ignoranti e ottusi. L’assemblea ci tradiva e poi ci esaltava, noi diventavamo sempre più bravi a utilizzare i trucchi oratori utili a raccogliere l’applauso, semplificavamo, usavamo slogan, blandivamo gli scontenti, accarezzavamo i fan. Ma poi incorrevamo in qualche errore, non coglievamo l’umore, perdevamo rovinosamente. Non lo sapevamo, nessuno ce lo aveva insegnato eppure al liceo classico avrebbero potuto farlo, che il consenso di un’assemblea diretta è incerto, dipende da tante cose, anche dalla tua capacità di dominare attraverso la retorica, ma questo ti porta lontano dai tuoi valori, dalle tue promesse. Volevamo la democrazia diretta perché credevamo nel potere del popolo, nella sua capacità decisionale, ma poi eravamo pronti a usare tutti i trucchi per indirizzarne gli umori, le passioni, prima che le razionali opinioni. Volevamo oltrepassare le mediazioni, l’organizzazione del consenso per ragioni ideologiche, il ruolo dei partiti, volevamo che nella decisione prevalesse la libertà di pensiero, il superamento degli interessi più corrivi,  credevamo di coinvolgere l’intelligenza e la capacità diretta di valutazione, e poi blandivamo e suscitavamo le passioni, stressavamo le opinioni, esageravamo, urlavamo, incitavamo, e quando non riuscivamo a convincere ce la pigliavamo con la stupidità delle masse, con il disinteresse, con l’incapacità di comprendere.

Io imparai il gusto amaro della sconfitta e della delusione, imparai a parlare in pubblico e a acquisire il consenso, appresi come difendermi dagli attacchi degli avversari e da quelli dei compagni. Partecipai a decine di assemblee e a centinaia di riunioni, assunsi responsabilità superiori a quelle che mi avrebbero consentito i miei quindici anni. Avevo su di me il peso delle decisioni e della responsabilità. Divenni adulto troppo presto, troppo presto sentii su di me la fatica della sconfitta. Ero un sognatore sui grandi progetti, un cinico nella gestione della quotidianità. Parlavo, parlavo, parlavo; nelle riunioni preparatorie e in quelle di analisi dei risultati, nelle assemblee, e poi coi compagni dopo le riunioni, per commentare quello che avevamo detto. Parlavo, parlavo. È facile oggi rispondere alla domanda: che cosa è rimasto?

 

Vestivamo da contestatori

contestazione

 

La rivoluzione non è un pranzo di gala, come è noto a tutti, ma comunque bisogna andarci vestiti adeguatamente. Io frequentavo i compagni del movimento oramai, ero sempre con loro; con Peppe, Alberto e gli altri mi vedevo a scuola e parlavo di calcio, ma ormai il mio gruppo di riferimento – come dicono gli psicologi – erano i compagni. Ci riunivamo ogni giorno, prima presso la federazione del Pci, e poi in una sede sgarrupata al centro storico, che pagava il Pci, ma che ci faceva sembrare più liberi. Tutti fumavano, in quelle riunioni, meno io e Michele, che era il leader, e assomigliare a lui mi assolveva dalla trasgressione. Le sigarette erano da compagni, come tutto: nessuno usava le Muratti o le MS che fumavano nei bagni i miei compagni di scuola, ma solo Nazionali senza filtro, o Alpha, con il pacchetto bianco e un’alpha disegnata in rosso. Le facevano con l’aglio, a ricordare la puzza che producevano.  Totonno preferiva le Sax, le più forti, a suo dire, che costavano venti lire più delle Alpha e puzzavano quasi altrettanto. Se si facevano soldi si passava alle Marlboro, che erano le uniche tollerate della produzione internazionale.

Se mi sottraevo al fumo, però, andavo vestito come gli altri. Perché c’era una divisa da contestatore, ed era facile riconoscerci per strada, quando, finita la riunione, uscivamo tutti insieme, venti o trenta, spavaldi e con lo sguardo fisso sull’avvenire. Nessuno aveva il cappotto, capo borghese per eccellenza; l’eskimo, tendenzialmente marrone, con grande cappuccio, o meglio il montgomery verde, erano i capi di ordinanza. Io avevo un giaccone blu da nostromo, maglione e jeans di velluto a coste piccole e ai piedi le polacchine. Era un abbigliamento giusto per i cortei e gli scontri con i fascisti, ma era sostanzialmente la nostra divisa, che tutti portavamo con orgoglio. Mi feci a un certo punto anche il basco, quello di Che Guevara per intenderci, che molti di noi portavano con sfida. Alberto il cattolico – non l’amico delle medie, un altro Alberto, cattolico ma più estremista di me – si cucì sul basco che aveva comprato anche lui, una stella rubata al padre carabiniere, una stella della sua divisa, e mi fece morire d’invidia, perché davvero così aveva reso il suo basco uguale a quello del Che. Fu così abbigliati che ci vide il professore C. , quello di greco, che ci guardò tra il divertito e lo scandalizzato. Alberto fu rimandato in greco e per anni ha attribuito la sua insufficienza a quell’incontro maledetto. (io però non fui rimandato; forse perché non avevo la stella? O perché alle versioni avevo preso 6 a differenza di Alberto?).

I nostri capelli erano tutti lunghi e incolti, come incolte erano le barbe che quasi tutti portavano. A me non cresceva ancora omogenea su tutto il volto, nonostante passassi e ripassassi il rasoio anche dove non c’erano peli, nella speranza di far crescere quello che non c’era. Desideravo la barba con tutte le mie forze e quando finalmente in terza – due anni dopo! – crebbe regolarmente, la lasciai libera e da allora non l’ho più rasata. Mi è rimasto questo del mio essere contestatore, una barba ormai inesorabilmente incanutita. Non so se in questo c’è una morale o se possiamo trasformare tutto in metafora. So che la barba mi resterà per sempre, un po’ per pigrizia, molto per abitudine (chi si riconoscerebbe più, se la tagliassi?), un po’ – pochissimo – per nostalgia di quei tempi. E non mi vesto nemmeno ora da borghese, cosa che, peraltro, non fa più nessuno. Anche questo forse è metafora di qualcosa, ma non mi voglio sforzare per capire di che.

Liceo Occupato

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Il 18 dicembre del 1968 il Tasso fu occupato. Erano passati pochi mesi, un trimestre giusto, dalla prima comparsa dl movimento al Liceo e già occupammo con una piattaforma rivoluzionaria, vincendo l’assemblea con una grande maggioranza. Tutti i miei amici – anche Alberto, che si era convertito per ultimo – votarono per l’occupazione, tutti volevamo cambiare il mondo, e l’occupazione era solo il primo passaggio verso la rivoluzione e la felicità. Ricordo il momento preciso della votazione; per un paio d’ore discutemmo, il punto all’ordine del giorno era uno solo: occupazione. L’assemblea era illegale, ce la prendemmo senza chiedere nulla, nel cortile della palestra, gli oratori salivano su una cattedra lì spostata e parlavano per tre minuti, occupazione sì, occupazione no. Non c’era una piattaforma, una richiesta, una protesta, volevamo occupare e basta e la maggioranza, a indicare dagli applausi, era scontata. Alla fine degli interventi il moderatore salì sulla cattedra  con un rappresentante del sì e uno del no e invitò tutti a spostarsi, chi era a favore a sinistra, chi contrario a destra; l’esito fu immediatamente chiaro, ci ritrovammo quasi tutti dalla parte giusta. Esultammo, ma in modo contenuto, era tutto scontato, tutto naturale, la storia aveva preso la sua strada e nessuno ci avrebbe fermati, questo era il sentimento generale. I professori avevano seguito il dibattito dalle finestre dei piani superiori, chissà se per curiosità o per intimidirci, ma si ritirarono rassegnati al momento della decisione e andarono via, tutti a casa. La scuola era nostra, e anche il destino, e i grandi non contavano nulla, non avevano ruoli. Ho sempre ripensato a quei tempi – in particolare i primi, quelli fino all’autunno caldo, ai sindacati, al terrorismo fascista – come una specie di grande Peanuts, in cui a giocare siamo solo noi piccoli, i grandi sono invisibili, sullo sfondo, presenza inutile e qualche volta fastidiosa.   E noi giochiamo con il senso ineluttabile della ragione, ci saranno sconfitte e delusioni, momenti duri e ripiegamenti, ma la strada è segnata: noi ce la faremo. A fare che cosa? Non era il nostro problema; anche se discutevamo all’infinito, nelle nostre riunioni asfissiate dal fumo, del socialismo, della scuola del futuro, del destino del Vietnam o dell’imperialismo, non avevamo un vero obiettivo, uno scopo, un progetto. Volevamo arrivare fino in fondo, noi, diversi e migliori di tutti quelli che ci avevano preceduto. Senza delegare a nessuno, partiti, sindacati, chiese, associazioni, il nostro destino: eravamo padroni della nostra vita e il “sistema”, come chiamavamo il potere, non ci avrebbe fermato. Eravamo impudenti e sicuri, stavamo cambiando il mondo e, specialmente, il modo di raccontarlo, di descriverlo. Il nostro linguaggio era nuovo, magnifico, spettacolare. Volevamo l’immaginazione al potere, e intanto attraverso la parola cambiavamo l’immaginario. Ecco, dei tanti cambiamenti sognati e inattuati, questo lo abbiamo portato a casa: dopo il 68 l’immaginario è mutato radicalmente, abbiamo contribuito a creare la civiltà dello spettacolo. La politica è diventata rappresentazione, non degli interessi come volevano i nostri padri marxisti, ma teatrale: in assemblea vincevi se eri immaginifico e  ricco di pathos, se declamavi e attaccavi l’avversario. Siamo concreti, dicevamo, chiediamo l’impossibile. Noi del movimento guidavamo lo spettacolo, gli altri applaudivano. Lo avrebbero fatto per sempre, ne eravamo sicuri.

 

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