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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Assemblea generale

P. 19A - n. 48

La prima assemblea che tenemmo al Tasso, la perdemmo rovinosamente. Imparai presto che la politica è capace di darti le delusioni più grandi e le sconfitte più brucianti.

Assemblea era la nostra richiesta, l’assemblea per il movimento studentesco era più che una parola d’ordine e una rivendicazione, era lo scenario reale e immaginario per lo svolgimento  della politica. Nessuna mediazione, nessun filtro, nessuna organizzazione: assemblea generale significava democrazia diretta. Chi aveva più argomenti, vinceva; in assemblea si sviluppava il dibattito, si formava la decisione, si esercitavano i diritti. In assemblea nascevano i leader del movimento, lì e in nessun altro luogo.

Al Tasso proclamammo uno sciopero, Ernesto, Franco ed io, appoggiati dagli universitari che in qualche modo ci indirizzavano. Lo sciopero riuscì, andammo in delegazione dal provveditore che  ci concesse, subito e senza condizioni, tutto quello che volevamo e il preside ci fece organizzare la prima assemblea. Eravamo inarrestabili, nessuno ci avrebbe fermato. E invece ci fermammo alla prima stazione. Prima assemblea, parlammo Franco, Ernesto ed io chiedendo un’assemblea generale subito e senza formalità. I fascisti, torvi e cupi, chiesero l’assemblea rappresentativa, quella che voleva anche il preside. Un gruppo di ragazzi che non conoscevamo – cattolici, pareva, forse democristiani – propose l’assemblea con un comitato di presidenza. Ci sembrò una posizione sbagliata e di bassa mediazione: o assemblea generale, senza compromessi, o nulla, ci opponemmo. Si votò e perdemmo. Fuori del liceo ci aspettavano gli universitari (Fernando, Nicola, Aurelio, Salvatore), a cui comunicammo la sconfitta, più delusi che depressi.

Fu così tutto l’anno (e tutta la vita), vincemmo la successiva assemblea, alleati con i cattolici che non solo non erano democristiani, ma che in molte cose erano più avanti di noi, fino alla mitica occupazione. Poi perdemmo, vincemmo ancora, perdemmo. L’opposizione era costituita dai moderati che si accordavano con il preside per depotenziare le nostre proposte e dai fascisti, ignoranti e ottusi. L’assemblea ci tradiva e poi ci esaltava, noi diventavamo sempre più bravi a utilizzare i trucchi oratori utili a raccogliere l’applauso, semplificavamo, usavamo slogan, blandivamo gli scontenti, accarezzavamo i fan. Ma poi incorrevamo in qualche errore, non coglievamo l’umore, perdevamo rovinosamente. Non lo sapevamo, nessuno ce lo aveva insegnato eppure al liceo classico avrebbero potuto farlo, che il consenso di un’assemblea diretta è incerto, dipende da tante cose, anche dalla tua capacità di dominare attraverso la retorica, ma questo ti porta lontano dai tuoi valori, dalle tue promesse. Volevamo la democrazia diretta perché credevamo nel potere del popolo, nella sua capacità decisionale, ma poi eravamo pronti a usare tutti i trucchi per indirizzarne gli umori, le passioni, prima che le razionali opinioni. Volevamo oltrepassare le mediazioni, l’organizzazione del consenso per ragioni ideologiche, il ruolo dei partiti, volevamo che nella decisione prevalesse la libertà di pensiero, il superamento degli interessi più corrivi,  credevamo di coinvolgere l’intelligenza e la capacità diretta di valutazione, e poi blandivamo e suscitavamo le passioni, stressavamo le opinioni, esageravamo, urlavamo, incitavamo, e quando non riuscivamo a convincere ce la pigliavamo con la stupidità delle masse, con il disinteresse, con l’incapacità di comprendere.

Io imparai il gusto amaro della sconfitta e della delusione, imparai a parlare in pubblico e a acquisire il consenso, appresi come difendermi dagli attacchi degli avversari e da quelli dei compagni. Partecipai a decine di assemblee e a centinaia di riunioni, assunsi responsabilità superiori a quelle che mi avrebbero consentito i miei quindici anni. Avevo su di me il peso delle decisioni e della responsabilità. Divenni adulto troppo presto, troppo presto sentii su di me la fatica della sconfitta. Ero un sognatore sui grandi progetti, un cinico nella gestione della quotidianità. Parlavo, parlavo, parlavo; nelle riunioni preparatorie e in quelle di analisi dei risultati, nelle assemblee, e poi coi compagni dopo le riunioni, per commentare quello che avevamo detto. Parlavo, parlavo. È facile oggi rispondere alla domanda: che cosa è rimasto?

 

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