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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Cinema e 68

il lauraeto

Andavamo a cinema ogni sabato, alle 18, io e tutti i miei amici. I compagni li lasciavo nel week end e tornavo a Peppe, Alberto, Gianlorenzo, oltre Vincenzo che c’era sempre. A Salerno c’erano sei/sette cinema, un paio dei quali aprivano alle 11 e andavano avanti fino allo spettacolo delle 22,30. Noi compravamo il biglietto per i secondi posti che costava 600 lire, se ricordo bene. Si entrava a caso, con il film iniziato, la sala era piena di fumo e tutti i posti già occupati. Si cercava di non guardare il film, per concentrarsi su quelli che si alzavano durante lo spettacolo perché anche loro arrivati a caso, e ci si fiondava sui posti lasciati liberi. A quel punto si poteva anche guardare il finale, che poi avremmo visto di nuovo, perché noi uscivamo solo a spettacolo finito. Si parlava durante il film, si fumava e nessuno si lamentava perché tutti i locali chiusi erano invasi dal fumo e non ci facevamo caso, anche quelli come me che non fumavano. Se avevi la ragazza ti baciavi, ci sono amici che sono stati a cinema e non hanno visto nemmeno una sequenza, impegnati in lunghissimi baci e – se la ragazza te lo consentiva – furiosi palpeggiamenti. Per questo io avrei dovuto aspettare un paio d’anni e guardavo con invidia i baciatori che  non si preoccupavano in alcun modo dei vicini e si dedicavano convinti alle pratiche erotiche. Il buio della sala, la sensazione onirica della visione del film, consentivano una libertà, un abbandono e un piacere che abbiamo perso nell’epoca della fiction on demand ovunque, sul divano, alla scrivania, in treno o anche nelle gelide multisale.

E comunque, il cinema fu per noi educazione al sesso, almeno in un caso in senso letterale. Vedemmo Helga proprio nel 68, un noioso documentario tedesco che ebbe un successo straordinario di pubblico e nel quale veniva mostrato un parto registrato in diretta, uno spettacolo che di erotico non aveva nulla, ovviamente, ma che richiamò masse alla visione. C’erano poi i primi film con nudi, quasi sempre vietati ai minori di 18 anni, e quindi a noi preclusi. A noi, ma non a Peppe, che si fece crescere dei grandi baffi e riuscì a entrare a Les Biches, impresa di cui si vantò ma senza mai raccontarci quello che aveva visto e la cui immaginazione eccitava morbosamente tutti noi. Ma un seno nudo lo vidi anche io, e la cosa mi turbò molto. In Tre passi nel delirio, film a episodi affidato a grandi registi, credo nel pezzo affidato a Malle, a una fanciulla viene strappata la veste e per un attimo – infinitesimo ma sufficiente per farcene parlare a lungo –  si vede un seno e un capezzolo.

Fu, Tre passi nel delirio, uno dei primi tentativi di far maturare in noi un gusto nuovo, il piacere di un film adulto, e l’episodio di Fellini, un magnifico esempio di cinema dark, mi impressionò molto. Così come mi colpì molto 2001 Odissea nello spazio, mi colpì per la straordinaria capacità visionaria, per l’episodio della guerra tra scimmie, per la stazione spaziale che ruota sulle note di Strauss. Ma non ci capii nulla, e presi in giro, aiutato dagli altri, un amico che pretendeva di spiegarlo con astruse interpretazioni; per noi quel film aveva belle scene e una bella fotografia, ma in fondo “era una cagata pazzesca!”. (In realtà avevo il sospetto che dietro ci fosse un grande film, ma non avevo ancora maturato né la competenza critica né la spocchia radical chic, e quindi mi adeguavo all’opinione comune).

Ho consultato l’elenco dei film usciti quell’anno, mi persi Teorema, perché vietato, tutto Goddard di cui non sapevo nulla, Bellocchio e Samperi, che avrei visto più tardi (trovo furbo ma notevole “Grazie Zia”, torbido ben di più del grande successo con Laura Antonelli che arrivò anni dopo). Nulla di Amelio, di militante davvero, a Salerno non arrivava nulla di tutto ciò. Mi persi anche “Berretti Verdi”, che aspettavo con ansia per fare casino davanti al cinema: era un film di John Wayne che lodava i corpi scelti americani contro i viet-cong, e fu contestato in tutta Italia, ma i distributori locali si guardarono bene dal darci questa soddisfazione.

Non vidi gli ultimi cascami del western all’italiana, o forse ne vidi qualcuno ma non ne ho memoria. Non vidi Franco e Ciccio che nel 68 fecero 7 film (!). Non ho mai visto un loro film e per quanti sforzi abbia fatto, quando ne guardo un frammento mi annoio a morte, davvero non capisco le polemiche sulla loro sottovalutazione.

Due furono i film politici che mi piacquero tanto: “Se”, e “Z L’orgia del potere”. Il primo è un film ambientato in una scuola inglese con Malcom McDowell  che avremmo amato come protagonista di Arancia Meccanica. La scena finale con gli studenti che sparano sui docenti dai tetti è ispirata a un film meraviglioso che vidi anni dopo: Zero de Conduit, quello sì un capolavoro rivoluzionario. Z invece era un classico film di denuncia ambientato in Grecia: quando il procuratore incrimina i militari colpevoli non ricordo di che cosa, in sala applaudimmo, nella perplessità dei presenti. Un film che più tardi, quando avevo il culto di Goddard e Straub, avrei definito un “film politico”, che era una specie di insulto rispetto al nostro amato cinema “fatto in modo politico”.  Una formula che usavamo spesso con gli amici cinefili (Giovanni, ricordi?) un po’ a proposito, un po’ come grimaldello per tutti i film che ci piacevano. (Il più bel film della storia, La Corazzata Potemkin è politico ed è anche “fatto in modo politico”, con buona pace di Goddard e delle puttanate che dicevamo allora).

Ma allora la cinefilia era lontana, e il film davvero più sessantottino di tutti, quello che ha vinto anche il piccolo sondaggio che ho lanciato su FB, fu Il Laureato,  la più grande storia d’amore della nostra generazione. La scena della fuga in pullman di Dustin Hoffman in jeans e Katharine Ross in abito da sposa è la metafora del movimento: abbiamo fatto casino e siamo fuggiti dalle vostre stupide e ipocrite vite, ora siamo su un pullman preso a caso. Dove finiremo?

Ps ma forse c’è un altro film di quell’anno che vidi solo molto dopo, che narra la metafora del movimento ancor meglio. Parlo della “Notte dei morti viventi” di Romero, il primo della serie infinita degli zombi. Gli zombi eravamo noi, che crescevamo inarrestabili e che con un morso facevamo proselitismo: avremmo spazzato via tutto e conquistato il mondo. E il fatto che gli altri non capivano nella di noi, ci era indifferente: volevamo il potere non essere compresi. Oggi gli zombi ci sono ancora nell’immaginario collettivo, e sono gli immigrati. In un modo o nell’altro il mondo sarà degli zombie.

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