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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Compagni

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Mi piacerebbe riuscire a spiegare che cosa significa “compagno” a chi non lo è mai stato. E forse dovrei aggiungere: a chi non lo è stato in quell’anno, perché quello è stato uno straordinario anno  di compagni: compagni che andavano e venivano, compagni che scoprivano solo allora di esserlo, compagni che lo sono rimasti tutta la vita, compagni che si sono dimenticati già l’anno dopo che cosa significava questa parola, compagni che hanno tradito quando i tempi si sono fatti cupi, compagni che non hanno avuto coraggio, compagni che hanno sbagliato non solo per sé, ma per tutti noi, per tutti i compagni.

Stavamo tutti insieme, in gruppo, ci vestivamo nello stesso modo, parlavamo molto, litigavamo moltissimo, non eravamo mai d’accordo su niente, facevamo a gara a chi era più estremista, a chi la diceva più grossa, a chi riusciva a stupire gli altri, ma eravamo tutti compagni, compagni per la vita.

C’erano quelli della Fgci, che però tra loro si dividevano in quelli più vicini al movimento e quelli che invece non si confondevano. Erano comunque tutti convinti che prima o poi avremmo capito, e ci trattavano come persone da educare, da far crescere poco a poco, sicuri che prima o poi avremmo trovato la strada del partito. Poi c’erano quelli del Psiup, che, come i socialisti di prima e dopo, ostentavano un atteggiamento di snobistica distanza dai comunisti, sempre trattati come dei bravi compagni pieni di buona volontà, ma che non avevano  capito abbastanza, e che, probabilmente, non ci sarebbero mai arrivati. Loro non facevano proselitismo, erano soddisfatti di esser pochi: socialisti si nasce, non si diventa.

Poi c’erano i compagni militanti, quelli che vendevano i giornali, che raccoglievano i fondi, che non perdevano un’assemblea anche se nessuno li aveva mai sentiti parlare. C’erano quelli che stavano lì perché gli piaceva il casino, erano  l’ala goliardica del  movimento, ma servivano anche loro. C’erano anche le compagne, poche, quasi sempre “fidanzate di qualcuno”, fedeli e silenziose, ma anticonformiste loro più di tutti noi, e i fascisti ce le invidiavano da morire, loro che erano abituati a vivere in un mondo virilista e mortuario, che non esercitava nessun, pur vago, fascino sulle donne.

Tra i compagni ognuno si sceglieva quelli che, per vie spesso strane e imprevedibili, sembravano più affini, e con questi si costruivano delle frequentazioni più assidue. Essere compagni era qualcosa di meno, ma anche di più, che essere amici, e se poi il tuo amico era compagno, ecco, l’equilibrio perfetto era costruito.

è un brano del mio romanzo “Ma che colpa abbiamo noi”, scritto nel 2000 e dedicato, guarda caso, al 68. Evidentemente è la mia ossessione.

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