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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Il Pci

pci

 

L’ho sempre chiamato piccì, tutto attaccato, o “il Partito”, con la maiuscola che si sentiva anche parlando. Ancora oggi, se mi sentite dire “il Partito” parlo di quel partito lì, e gli amici mi prendono in giro, cercando di spiegarmi che quel partito, insieme a tante, troppe cose, non c’è più. Quando nel 1972, dopo anni di felice e irresponsabile estremismo, presi la tessera, mi sentii alla fine di un viaggio, finalmente a casa, e il Partito fu il luogo della mia maturazione politica e della mia vera formazione. Il senso di responsabilità, la capacità – o perlomeno, la volontà – di misurare le mie decisioni con le conseguenze, la disponibilità a verificare, sempre, le condizioni di consenso delle mie scelte, i rapporti di forza, la necessità di rinunciare quando era il caso, sono tutte cose che ho imparato lì e che mi sono portato nel lavoro, oltre che nella vita quotidiana. Insieme con la consapevolezza che tutto quello che facevi, tutto, aveva risvolti morali, che non dovevi rispondere solo a te stesso, che ogni più piccola scelta ha conseguenze sugli altri.

Invece nel 68 il rapporto, non solo mio, con il piccì non era buono, e tendeva a peggiorare. Si sa, noi eravamo contro i padri in quell’anno, e quello era il partito dei padri, autoritario, qualche volta paternalista, poco empatico, tutto teso al rigore e al rispetto delle regole. Tutte cose che ci piacevano pochissimo, e che ci rendevano fastidiosa la vita con i compagni del piccì. Non eravamo nemmeno comunisti, noi, alcuni erano dichiaratamente anarchici, altri lo erano di fatto; del socialismo reale, dell’Unione Sovietica, non ci piaceva nulla, e anche la Cina, a quei tempi, ci piaceva poco, amavamo Cuba e più di tutto il Vietnam, quelli erano i soli comunisti che ci piacevano.

Eppure frequentavamo la sede della Federazione, lì ci vedevamo per le riunioni, ma stavamo solo con i compagni della Fgci, con i grandi non avevamo rapporti, loro ci guardavano male e noi li ricambiavamo con l’indifferenza. I giovani erano diversi, loro soffrivano il rapporto con il partito: erano dentro il movimento e sicuramente se la dovevano vedere con i dirigenti in un rapporto non facile, ma a noi non fregava nulla della loro politica, anzi, in fondo della politica in generale non ci interessava nulla, non analizzavamo i cambiamenti della DC, non entravamo nei tormenti dei socialisti, non ci preoccupavamo dei governi che si succedevano. Da una parte c’eravamo noi, dall’altra il Sistema, e l’impressione che il partito comunista facesse parte del Sistema era forte. Quando avremmo abbattuto tutto, anche il partito comunista sarebbe stato travolto.

Eppure ci fu un’occasione in cui il Partito Comunista, i vecchi del partito, ci scavalcò e noi finimmo per farci trascinare. Accadde, in quell’anno terribile, che un giovano cecoslovacco, Jan Palach, si uccidesse per protesta contro gli occupanti sovietici. La cosa scosse il mondo e fu immediatamente “strumentalizzata” – come dicemmo noi – dai fascisti, che ne approfittarono per lanciare un movimento anticomunista nelle scuole. Anche a Salerno fu proclamato uno sciopero con corteo  che ebbe l’adesione, più o meno esplicita, di molti presidi, che consentirono agli studenti di partecipare. Noi ci mobilitammo subito nelle scuole per rispondere alla strumentalizzazione, anche se con un po’ di ipocrisia: Jan Palach era un giovane che ci assomigliava e che lottava come noi per la libertà. Ma combattere i fascisti era per noi un obbligo morale, quasi una reazione pavloviana, e quindi provammo a organizzare qualcosa, un contro sciopero su motivazioni di sinistra, roba un po’ confusa. Andammo nella Federazione Comunista e per la prima volta trovammo i grandi del partito decisissimi a aiutarci, anzi, si misero alla testa, mobilitarono gli operai, quegli operai che noi invocavamo nei cortei, ma che non incontravamo mai, il sindacato, tutti i militanti. La parola d’ordine era No Pasaran, e la determinazione a non far svolgere il corteo degli studenti, guidato dai fascisti, fu totale. Davanti al Tasso arrivarono cinque o sei militanti del partito, che picchiarono subito i fascistelli che avevano spiegato i loro tricolori e li misero in fuga. Io, preso per la prima volta da una accesso di buon senso, decisi di entrare a scuola e mi sottrassi allo scontro. Invece i funzionari del partito – quelli che ci accusavano di estremismo ogni cosa che dicevamo – quelli della Fgci, alcuni militanti, quelli del Psiup, i deputati di Salerno,  si schierarono a Piazza Malta e, quando il corteo degli studenti, numeroso e guidato appunto dai fascisti, arrivò, non lo fecero passare. Si accesero, mi hanno raccontato, vari scontri ai lati della piazza, mentre la polizia tentava di convincere i parlamentari comunisti a far passare il corteo, ma non ci fu verso, non dovevano passare e non passarono. Con una nostra vittoria si concluse quella giornata, io lo appresi nel pomeriggio, quando, pentito e vergognoso, andai a parlare con i compagni in una Federazione eccitata.

-          Abbiamo vinto? – chiesi a Michele che stava torvo e solitario in un angolo.

-          Abbiamo fatto un piacere al piccì e abbiamo picchiato qualche povero studente. – mi rispose. La rottura con loro era scritta, era solo questione di tempo: le nostre strade si sarebbero separate, solo che noi ne prendemmo una ancor più sbagliata, una che non portava da nessuna parte.

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