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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Italia Germani 4 a 3

italia germania

 

Il gol di Rivera a 9 minuti dalla fine, il gol del mio Rivera,  è stata la gioia sportiva più grande che abbia mai avuto. Una gioia inutile, visto che poi avremmo perso la finale col Brasile, ma una gioia che non proverò mai più.

Siamo nel 1970, a soli quattro anni dalla Corea, ma la Nazionale ha già vinto nel 1968 gli europei, è forte, ha una grande difesa e la migliore punta del mondo, Riva Rombo di Tuono, e con la Germania la partita è aperta. Ho fatto un salto nel racconto, sono passati due anni dall’inizio della constatazione, io sono il leader del movimento studentesco al Tasso e probabilmente in città, l’anno scolastico  successivo farò la maturità e già so che il Liceo tremerà, che quel mio ultimo anno di scuola sarà mitico. E l’Italia è eccitata, c’è stata la contestazione, poi l’autunno caldo, i giovani sono i protagonisti, noi giovani siamo i protagonisti. I cortei, le assemblee, le occupazioni segnano il paese, determinano il clima generale, ce la faremo, il nostro assalto al cielo avrà successo. Intanto il nostro linguaggio, la nostra cultura si espande ovunque, anche al tifo calcistico, come dimostrerà quella notte, la notte dell’Atzeca. Lì era giorno, probabilmente pomeriggio, ma da noi era tardi, faceva caldo, le finestre erano aperte e dovunque si sentiva, nella città deserta, la voce di Nando Martellini.

Fu la solita partita italiana per 90 minuti: avevamo fatto un gol e poi tutti dietro a  difendere il risultato. Una partitaccia probabilmente, ma chi se li ricorda quei primi 90 minuti? Tra il primo e il secondo tempo Rivera prese il posto di Mazzola, nella stupida staffetta che aveva inventato Brera, il giornalista che aveva influenza su tutto il calcio italiano. Poi, durante un recupero che allora non faceva fare nessun arbitro, il terzino tedesco che giocava nel Milan, Schnellinger il biondo, si avvia, racconta lui, verso la nostra porta per arrivare prima all’ingresso degli spogliatoi considerando chiusa la partita, ma la palla gli capita tra i piedi e la tira in porta bucando Albertosi. È il suo unico gol in Nazionale, e anche nel Milan non ne ricordo altri. Restammo delusi, ma consapevoli che quello era il nostro destino, ci toccava perdere, proprio quando eravamo sicuri di avercela fatta: la nostra furbizia, l’odiata furbizia italiana, era stata punita. Mio padre minacciò di andarsi a coricare, tanto era tutto perso. E quando, pochi minuti dopo l’inizio del supplementare, la Germania segnò di nuovo, eravamo tutti certi che era giusto così, era scritto che dovevamo perdere, che dovevamo essere puniti. E invece un altro terzino, un altro che non segnava mai, Tarcisio Burgnich, la mise dentro, chissà in quale mischia davanti alla porta tedesca. E poi segnò Riva, e mio padre, che aveva continuato a minacciare di andarsene a letto, mi abbracciò felice, ce l’avevamo fatta. E invece ancora segnò la Germania, su un orribile calcio d’angolo con errore di Rivera. Il minuto dopo, Boninsegna corse sulla sinistra, arrivò sul fondo e crossò. Rivera colpì di piatto e la mise dentro. Mancavano nove minuti al finale e io, e tutti credo, mi immaginai che la cosa non sarebbe più finita, che ogni occasione un gol, ora l’uno, ora l’altro. E invece finì: avevamo vinto. Chi aveva sonno? Ci mettemmo sul balcone, un po’ ubriachi per la stanchezza, l’emozione, l’ora tarda. E sentimmo che la città si animava, che la gente scendeva in piazza, suonando il clacson, esultando. “I soliti salernitani casinisti”, commentò mio padre, ma il suo cinismo era falso più che mai: si capiva benissimo che sulle quelle macchine a fare casino ci sarebbe andato volentieri anche lui. Ma non erano i salernitani, era tutta Italia che abituata a scendere in piazza per manifestare rabbia, dolore, volontà di lotta, protesta, ora aveva voglia di manifestare la propria gioia. Fu la prima volta che una simile manifestazione, spontanea, scoppiò in tutto il paese, e solo più tardi avrei capito che questo passaggio dalla cultura della politica a quella dello stadio era la nostra più grande vittoria, che davvero avevamo cambiato il mondo, che la gente voleva partecipare, stare insieme, condividere.

Lo capii, questo, quando avvenne l’effetto contrario, quando vidi, anni dopo, che la cultura della curva aveva invaso i nostri cortei, che il punto non era più festeggiare tutti insieme, manifestare la gioia con gli altri (e magari sfottere l’avversario), ma era testimoniare la propria appartenenza esclusiva e violenta. Chi non salta è. Fascista, socialista, Berlusconi. Chi non salta è.

Ma quella notte, quella dolcissima notte in cui nessuno voleva andare a dormire, nemmeno mio padre, a tutto questo non pensammo, pensammo che l’Italia era cambiata, che poteva vincere attaccando, e che alla fine, furbi o coraggiosi, quella partita non l’avremmo mai dimenticata.

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