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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

La rivoluzione sessuale

femminismo

 

Le compagne, angeli del ciclostile

Di quello che è accaduto in quegli anni non mi sono perso nulla: quando non sono stato protagonista, sono stato almeno testimone. Solo della rivoluzione sessuale, confesso, mi sono sfuggite tutte le opportunità. Non so che sia accaduto a Berkeley o alla Sorbona (o magari anche alla Statale o alla Sapienza), ma a Salerno del libero amore non abbiamo avuto traccia.

Eppure le ragazze, nel 68 e dintorni, c’erano eccome, e hanno svolto un ruolo tutt’altro che secondario. All’inizio hanno giocato una funzione, per così dire, ancillare; si coniò un termine per designarle, angeli del ciclostile, per testimoniare la loro silenziosa e  costante presenza come assistenti, addette al massimo alla custodia e alla collaborazione, pronte a volantinare, a partecipare ai cortei, a votare nelle assemblee, ma non a parlare e a intervenire. Mentre noi maschi litigavamo ferocemente per la leadership, ci scontravamo sulle teorie e le interpretazioni, programmavamo gli scontri con i fascisti (e qualche volta, molto raramente in proporzione con i preparativi, li mettevamo in pratica), loro assistevano. Eppure, già allora, all’inizio, la loro partecipazione era visibile – e i fascisti pieni di mortuario virilismo ce le invidiavano – e coraggiosa; ricordo una giovane compagna che veniva regolarmente pestata dal padre e dal fratello – altro che i fascisti – perché veniva alle manifestazioni e stava con noi, e ce lo raccontava con serenità, senza rivendicazioni di eroismo (oggi è psichiatra in una città del Nord, agevolata dall’esser cresciuta in una famiglia di matti furiosi). E senza arrivare al suo stoico comportamento, per tutte le compagne partecipare alla vita politica, fare i cortei, sorbirsi le estenuanti riunioni piene di chiacchiere e di fumo, era un rischio: non era il loro compito, quello di far politica, di stare con tanti maschi, di frequentare ambienti così equivoci come i partiti di sinistra. Erano delle puttane, questa opinione, non sempre espressa ma chiarissima, era generale, dei professori, dei genitori, magari anche delle amiche. Eppure, man mano che la contestazione si diffondeva, che gli scioperi si moltiplicavano, che le assemblee si svolgevano numerose, le ragazze divennero più presenti, più sicure di sé, più combattive, più protagoniste. Fino all’esplosione del femminismo, quando cacciarono noi maschi dalle riunioni e dai cortei, e fecero la loro rivoluzione, quella che ha segnato di più gli anni successivi, uno dei pochi motivi per cui continuo a credere che quello che facemmo allora valeva la pena.

Il vento soffia

Ma il vento della novità, e della rivoluzione del costume, soffiava ovunque, e anche le ragazze che non frequentavano il movimento erano prese da un senso di libertà che cambiava il loro modo di essere, di confrontarsi con noi, di gestire gli aspetti sentimentali. E noi maschi, sempre leader politici, sempre capi in conflitto per la guida del movimento, nei rapporti sentimentali fummo messi in difficoltà, in crisi. Sempre più spesso erano le ragazze a menare le danze della relazione, a “mettersi” con qualcuno – come dicevamo per non usare l’inadeguato “fidanzarsi” – e a lasciarlo, a costruire rapporti con più soggetti, a lasciare e a prendere. Il tempo delle fanciulle alla ricerca del marito era finito, ed era finito il tempo dei maschi che seducevano e abbandonavano. Ora a essere abbandonati eravamo sempre più spesso noi, e a nulla serviva primeggiare nelle assemblee e nei tornei verbali, la sofferenza d’amore toccava ai leader come ai gregari. C’erano ancora i maschi seduttori, quelli che facevano collezione di prede, ma erano molto di più le ragazze che conducevano il gioco. Ricordo appena un paio d’anni dopo il 68, che il gruppo extraparlamentare di cui facevo parte fu sconvolto da una compagna che alternò la propria disponibilità tra due compagni, che erano amici e che furono travolti dalla sua incertezza. E poi li lasciò entrambi e provocò una crisi quasi irreversibile al gruppo perché si mise con il ragazzo di un’altra compagna, che scatenò l’inferno a sua volta. E ricordo quando mi chiamò a telefono disperata un’altra compagna – che peraltro io corteggiavo senza speranza – per mandarmi a casa di colui che aveva minacciato il suicidio per colpa sua e le aveva detto di essersi tagliato le vene. Io intervenni correndo trafelato a casa sua, per scoprire che i profondi tagli che si era procurato erano in realtà due graffietti, e lo portai in giro per la città a piangere la crudeltà della bella e a lodarne le qualità mirabili. Detto in questo modo sembrano storie di ragazze un po’ leggere e superficiali, eppure non è così, si trattava di una lotta di liberazione, in cui usciva una vitalità e una voglia di sperimentare che noi uomini sublimavamo nella politica e che loro, le compagne, esercitavano su tutta la vita. Quelle che lottavano per la felicità erano loro, non noi che giocavamo con il potere e con le inevitabili miserie e sconfitte che alla lotta per il potere sono legate.

Sofferenze e rivoluzione

Ci hanno fatto soffrire, le ragazze di allora, mi hanno fatto soffrire in tante. (Qualcuna l’ho fatta soffrire io, ma chissà perché di queste ho meno memoria). Da L. – quella che causò il suicidio simulato – che cambiava ragazzo e poi veniva a piangere da me, l’unico che la capiva. Ad A. , che io ero il vero uomo della sua vita e però era troppo facile dimostrarlo e quindi dovevo aspettare. Avevano il vento del cambiamento che le spingeva e sono state loro, le ragazze di quegli anni, che hanno fatto la rivoluzione. Quindi in fondo, anche a Salerno ci fu la rivoluzione sessuale, anche se non ebbe i caratteri pecorecci che nelle mie fantasie – e nelle sciocche idee di chi vi si opponeva -  ci si immaginava. Furono loro, le ragazze di allora, a capire davvero che se la rivoluzione si doveva fare, riguardava le vite di tutti noi. Non la mortifera e crudele politica che riguardava il potere e quindi era la cosa più lontana dalla felicità che si potesse immaginare.

 

Ps. Quando conobbi l’attuale signora Rosco – ero appena diventato un reduce – fu per me una sorpresa totale: aveva attraversato quegli anni, gli stessi miei anni, senza mai partecipare a un corteo, senza fare un’assemblea, senza capire la differenza tra un marxista.leninista e un operaista, senza distinguere un amendoliano da un ingraiano. Eppure il vento lo aveva  colto anche lei, e senza chiedersi se era libeccio o maestrale, se avrebbe soffiato un giorno o un anno, aveva alzato le vele e se ne era andata via, libera e sola. Non lo sapeva allora e non lo sa adesso, ma la signora Rosco – di tutte le ragazze di cui mi sono innamorato, l’unica donna che ho amato – è stata una sessantottina onoraria. Non fatemi spiegare perché, è così. E quindi anche a lei, specialmente a lei, è dedicato questo lungo post.

 

 

 

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