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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Liceo Occupato

maggiofrancese

Il 18 dicembre del 1968 il Tasso fu occupato. Erano passati pochi mesi, un trimestre giusto, dalla prima comparsa dl movimento al Liceo e già occupammo con una piattaforma rivoluzionaria, vincendo l’assemblea con una grande maggioranza. Tutti i miei amici – anche Alberto, che si era convertito per ultimo – votarono per l’occupazione, tutti volevamo cambiare il mondo, e l’occupazione era solo il primo passaggio verso la rivoluzione e la felicità. Ricordo il momento preciso della votazione; per un paio d’ore discutemmo, il punto all’ordine del giorno era uno solo: occupazione. L’assemblea era illegale, ce la prendemmo senza chiedere nulla, nel cortile della palestra, gli oratori salivano su una cattedra lì spostata e parlavano per tre minuti, occupazione sì, occupazione no. Non c’era una piattaforma, una richiesta, una protesta, volevamo occupare e basta e la maggioranza, a indicare dagli applausi, era scontata. Alla fine degli interventi il moderatore salì sulla cattedra  con un rappresentante del sì e uno del no e invitò tutti a spostarsi, chi era a favore a sinistra, chi contrario a destra; l’esito fu immediatamente chiaro, ci ritrovammo quasi tutti dalla parte giusta. Esultammo, ma in modo contenuto, era tutto scontato, tutto naturale, la storia aveva preso la sua strada e nessuno ci avrebbe fermati, questo era il sentimento generale. I professori avevano seguito il dibattito dalle finestre dei piani superiori, chissà se per curiosità o per intimidirci, ma si ritirarono rassegnati al momento della decisione e andarono via, tutti a casa. La scuola era nostra, e anche il destino, e i grandi non contavano nulla, non avevano ruoli. Ho sempre ripensato a quei tempi – in particolare i primi, quelli fino all’autunno caldo, ai sindacati, al terrorismo fascista – come una specie di grande Peanuts, in cui a giocare siamo solo noi piccoli, i grandi sono invisibili, sullo sfondo, presenza inutile e qualche volta fastidiosa.   E noi giochiamo con il senso ineluttabile della ragione, ci saranno sconfitte e delusioni, momenti duri e ripiegamenti, ma la strada è segnata: noi ce la faremo. A fare che cosa? Non era il nostro problema; anche se discutevamo all’infinito, nelle nostre riunioni asfissiate dal fumo, del socialismo, della scuola del futuro, del destino del Vietnam o dell’imperialismo, non avevamo un vero obiettivo, uno scopo, un progetto. Volevamo arrivare fino in fondo, noi, diversi e migliori di tutti quelli che ci avevano preceduto. Senza delegare a nessuno, partiti, sindacati, chiese, associazioni, il nostro destino: eravamo padroni della nostra vita e il “sistema”, come chiamavamo il potere, non ci avrebbe fermato. Eravamo impudenti e sicuri, stavamo cambiando il mondo e, specialmente, il modo di raccontarlo, di descriverlo. Il nostro linguaggio era nuovo, magnifico, spettacolare. Volevamo l’immaginazione al potere, e intanto attraverso la parola cambiavamo l’immaginario. Ecco, dei tanti cambiamenti sognati e inattuati, questo lo abbiamo portato a casa: dopo il 68 l’immaginario è mutato radicalmente, abbiamo contribuito a creare la civiltà dello spettacolo. La politica è diventata rappresentazione, non degli interessi come volevano i nostri padri marxisti, ma teatrale: in assemblea vincevi se eri immaginifico e  ricco di pathos, se declamavi e attaccavi l’avversario. Siamo concreti, dicevamo, chiediamo l’impossibile. Noi del movimento guidavamo lo spettacolo, gli altri applaudivano. Lo avrebbero fatto per sempre, ne eravamo sicuri.

 

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