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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

La contestazione e la felicità

immaginazione

 

Tutto cambia

A Ottobre il Tasso era una scuola sonnolenta, identica a quello che era stata per decenni: il latino  e il greco a tormentare i sonni di studenti e professori, gli amorazzi giovanili come unica consolazione. A Dicembre occupammo, il movimento studentesco  coinvolgeva un centinaio di militanti e il consenso che avevamo era largamente maggioritario. Come ho ricordato in un altro post, in Assemblea Generale durante l’occupazione facemmo votare la rivoluzione violenta, e la cosa passò per acclamazione.

Io che mi ero definito genericamente “comunista” fino ad allora, ero inquieto e in cerca di una nuova identità. Avevo scoperto che comunista è un termine troppo vago, bisognoso di specificazioni. Forse ero comunista, magari anarchico, certo ribelle. E comunque il termine che più mi piaceva per definirmi era “contestatore”, sapevo benissimo che cosa non volevo, molto meno quello che mi piaceva. La politica mi interessava fino a un certo punto, della società in generale sapevo poco, del governo non mi interessava nulla; volevo cambiare la scuola, volevo studiare quello che mi piaceva, abbandonare il modello di insegnamento fatto di conformismo e di inganni, con la lotta infinita tra il professore e lo studente per riuscire a imbrogliare l’altro, con il professore tutto impegnato a scoprire magagne,  trucchi, suggerimenti, copiature, e lo studente capace di mille artifici per dimostrare l’indimostrabile, che si era preparati. Ricordo che in V fui interrogato in greco per cinque volte in cinque giorni consecutivi, perché la professoressa C. voleva scoprire il giorno in cui non mi sarei preparato, convinto che non sarei stato più interrogato. Ecco, io volevo farla finita con questa scuola, e volevo leggere i libri che mi piacevano, dire che avevo le palle piene di Virgilio e di Manzoni, e dire quello che pensavo, criticare, avere un pensiero originale. La scuola doveva formarci alla critica, al pensiero libero, alla consapevolezza. E basta Dante, basta ossessioni sui verbi irregolari, sulle date, basta interrogazioni con il trucco, basta versioni diverse per file, dovevamo collaborare, lavorare insieme, soccorrere il meno dotato, non umiliarlo. In fondo, lo avrei capito molto dopo, la scuola che volevamo era una scuola moderna, ispirata a metodologie didattiche critiche che avrei scoperto essere usata nella formazione aziendale, altro che comunismo! Se ci fossero venuti incontro? Se avessero accettato la nostra richiesta di modernità, di aggiornamento? Se le classi dirigenti di questo paese avessero capito che volevamo studiare meglio e di più (i primi della classe, quelli della media dell’8 erano tutti d’accordo con la contestazione, votavano tutti per le occupazioni, anche se non erano necessariamente i leader), forse ci saremmo evitati molti dei problemi che sorsero gli anni successivi.

La scuola nozionista e la prevalenza dei ciucci

Fu il professore C., il mio mitico insegnante di greco, l’unico docente che ho stimato davvero in quegli anni, a rivelarmi la verità: “Rosco, la scuola che ti immagini – mi disse una volta – è una scuola molto più selettiva di quella che pratichiamo. Se devo chiedervi che cosa pensate di Saffo, posso promuovere quattro o cinque di voi al massimo. Se chiedo dove è nata Saffo e in che tipo di versi scriveva, allora riesco a  promuovere la maggioranza di voi. Il nozionismo, come lo chiamate, è una salvezza per i ciucci, e il mondo è fatto di ciucci, non di persone che pensano”.

Mi sembrò un discorso cinico e impotente, io credevo nell’umanità ed ero convinto che se lasciate libere le persone avrebbero reso di più, avrebbero dato il meglio. Per questo contestavo e per questo invocavo la democrazia diretta, l’unica vera proposta politica che animava tutti noi in quegli anni. Tutti dobbiamo poter parlare, tutti dobbiamo esprimerci, la delega è un peccato. E qualche libro di teoria iniziai a leggerlo, e scoprii che quello che volevo era il comunismo vero, quello in cui si prefigura l’estinzione dello stato. Basta con lo stato, con la repressione, con il lavoro alienante, con la lotta per il potere, tutti dobbiamo decidere liberamente cosa fare, e, per citare il Marx che mi piaceva, ognuno doveva essere libero di andare a pescare se e quando vuole:

laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.

Vogliamo la felicità

Quindi contestare, leggere, contestare, parlare in assemblea generale, contestare, corteggiare le ragazze, contestare, ascoltare la musica che mi piaceva, contestare.  Questa era la vita che volevo. Per questo aderivo al movimento studentesco, per questo dedicavo la mia vita alla politica (da quell’anno divenni uno studente per ragioni gastronomiche – dovevo studiare per mangiare – ma un politico per mestiere e vocazione), per questo valeva la pena vivere. Perché, in fondo, volevo essere felice, e a questo serviva davvero la politica e la contestazione. Tentammo di essere felici quell’anno, tutti insieme, tutti d’accordo, eccetto i professori  e i governanti, che però, se si fossero convertiti, avrebbero avuto anche loro uno spazio nel mondo futuro. In cui chi voleva andare a caccia o a pesca, lo avrebbe potuto fare liberamente.

Il Messico e noi

carlos

Un evento straordinario 

Iniziò l’anno scolastico 68/69, io facevo la prima,  e l’atmosfera era cambiata, anche da noi c’erano segni di fermento. La prima avvisaglia si ebbe un giorno, era intorno a metà ottobre, alla tv facevamo tardi a guardare le Olimpiadi del Messico. Stavo andando a scuola, allora il portone si apriva intorno alle 8,15 e alle 8,30 iniziavano le lezioni; l’entrata dei ragazzi era rigorosamente separata da quella delle ragazze che entravano dal portone principale: da noi vigeva una severissima separazione di sesso. Ero ancora lontano quando vidi il portone aprirsi, ma senza inghiottire, come al solito, la folla degli studenti che aspettavano. Mi affrettai, certamente era accaduto qualcosa di insolito, di eccezionale. Mi feci largo tra gli altri e vidi, affisso sul portone un manifesto scritto col pennarello, un manifesto con il ritaglio della foto di Carlos e Smith, i vincitori dei 200 metri alle Olimpiadi, che salutano col pugno chiuso. Il manifesto, poco più tardi avrei imparato a chiamarlo Ta tze bao,  era firmato da un fantomatico gruppo 23 Agosto, data priva di significato per me, e aveva un riquadro rosso e nero, indicante, questo lo sapevo, l’anarchia. Bastava questo per fermare un centinaio di studenti che non riuscivano a sottrarsi al fascino di questo sfregio, di questa rottura della routine scolastica. Si fa fatica oggi a capire come quell’innocuo proclama contro l’imperialismo americano, potesse affascinare gli studenti del mio liceo, e me in particolare, che ne vedevo il prodromo della rivolta, e in quell’occasione non mi sbagliai. Allora a scuola la politica era assolutamente bandita, e era bandito ogni pur lieve accenno di critica all’ordine costituito; un ordine fatto di versioni di greco e di lezioni sul romanticismo, di assoluto arbitrio degli insegnanti sugli studenti, di valore per lo studio e di invito all’ipocrisia. Anche con gli insegnanti più sensibili e capaci – pochi, ma ce n’erano -  eravamo in balia dei loro capricci e delle loro fisime culturali; il tema era l’esercizio più ottusamente ipocrita che ci fosse, nello sforzo insulso di parafrasare il pensiero del professore, il suo gusto, il suo stile. E se uno studente fosse stato colto con un quotidiano politico in classe, magari l’Unità, sarebbe stato espulso, e nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. L’anno prima, poi mi fu raccontato, un paio di studenti (uno dei quali è poi diventato il più famoso giornalista televisivo nato a Salerno) che stavano distribuendo sui gradini della scuola Nuova Generazione, il giornale dei giovani comunisti, furono aggrediti dai bidelli che gli strapparono tutti i giornali. Quando sento qualcuno che parla di Partito Comunista che in Italia è stato complice del Governo e colluso con le sue decisioni, gli vorrei dire che o è giovane, o non ha memoria. Allora il Partito Comunista viveva, almeno nella provincia meridionale in cui abitavo, in un limbo di tolleranza, ma definirsi comunista in molti ambiente significava andare all’ostracismo, essere esclusi. Figuriamoci se nel tempio della cultura classica e nella culla della futura classe dirigente, ci si poteva definire comunista. Mio padre, quando giorni dopo gli comunicai che sarei andato nella Federazione Comunista, me lo proibì, lui che comunista era stato, perché il figlio di un giudice non poteva frequentare un partito politico; di opposizione, peraltro. (Me ne fregai, ovviamente, ma era iniziato a quel punto il mio 68).

Diventiamo compagni

E quindi quel manifesto di ideologica e astratta critica agli USA ci teneva fuori della scuola, incantati e scandalizzati. Fin quando non arrivò un bidello, che lo strappò e ci intimò di entrare. Ma nell’intervallo si diffusero voci incontrollate, si diceva che ci sarebbe stato uno sciopero, che sarebbero venuti gli operai delle fabbriche a fare i picchetti, che i fascisti – quelli sì, numerosi e tollerati – sarebbero intervenuti, che la scuola sarebbe stata chiusa per timore di sommovimenti. Quando la campanella suonò, corsi all’ingresso della scuola principale, quello delle ragazze, per vedere se c’era movimento, se qualcuno avrebbe rivelato qualcosa, se, tra gli studenti universitari che venivano a prendere le ragazze all’uscita, qualcuno sapesse che vuol dire 23 Agosto, che messaggio voleva lanciare il manifesto.

Con me c’era Vincenzo, ovviamente, che era eccitato e coinvolto, e Peppe, che era stato fulminato anche lui e si era convertito al comunismo e alla rivoluzione durante la ricreazione. (Allora funzionò così. Le conversioni erano subitanee e radicali. Scoprii in breve che al Tasso c’era un altro ragazzo che si definiva “comunista” e uno che era “anarchico”, quelli che appunto avevano affisso il manifesto. Poi nessun altro si sarebbe azzardato a dirsi di sinistra. A dicembre, cosa che le gazzette non registrano, eppure è notizia storicamente importante, nell’Assemblea Generale del Tasso proclamammo la rivoluzione violenta. Ci fu una discussione con i cattolici che non volevano l’aggettivo, ma poi si adeguarono. La mozione fu approvata a larghissima maggioranza).

Ebbene nel piazzale c’era un giovane con la barba scura e lo sguardo folle del rivoluzionario, uno studente universitario, appunto, che lavorava nella libreria sotto casa. Sapevo che era iscritto al Partito Comunista. Mi avvicinai a lui e gli chiesi – credo dandogli il Lei – se era vero che avrebbero proclamato uno sciopero.

-          Per il momento non qui, forse al De Sanctis, dove c’è un bel gruppo di compagni. Qui al Tasso non ce ne sono abbastanza. – e mi guardò negli occhi.

Io guardai i miei compagni, solo di scuola fino a quel momento, e ci demmo un cenno di intesa.

-          Li troviamo anche qui, i compagni. Dicci cosa dobbiamo fare.

 

E’ arrivato il sessantotto

maggio

Il comunismo è il cambiamento dello stato di cose esistente

È arrivato il sessantotto finalmente. Io sono sempre più comunista, anche se ho un’idea molto vaga di quello che significhi essere comunista. Diciamo che nel mio comunismo c’è un po’ di tutto: gli hippy e la rivoluzione culturale in Cina, Che Guevara e i Beatles,  l’odio per le frasi di greco da fare a casa e l’insoddisfazione adolescenziale, Hemingway e Fabrizio De Andrè. In fondo sono gravemente scontento dello stato di cose esistente e definisco comunismo il movimento più o meno reale che lo abolisce (lo stato di cose esistente, intendo). In quel periodo basta e avanza. E poi sono giovane e i giovani sono all’attacco in tutto il mondo e io cerco sul giornale che compra papà (è rimasto affezionato alla Stampa dopo il periodo vercellese) tutte le notizie che certificano che siamo tutti incazzati, non solo noi di V D alle prese con la professoressa C. Negli Usa non si capisce niente nei campus per colpa della battaglia contro la guerra in Vietnam  (a proposito, sono ovviamente con i vietcong), in Germania Rudi il Rosso scatena gli studenti universitari. In Italia si occupano le Università e si dà l’assalto non solo al cielo ma anche alla polizia che difende Valle Giulia. Quella della battaglia di Valle Giulia in cui gli studenti caricano la polizia mi è sembrata bellissima ed eroica: anche noi degli anni 60 abbiamo la nostra Calatafimi, “qui si fa il comunismo o si muore”. Che darei per esserci anche io, che  invidia per i miei fratelli di Roma!

Il Maggio

Poi c’è la rivoluzione vera, e quella la possono fare solo i francesi. Del Maggio parigino leggo tutto, mi accorgo che stiamo facendo la storia anche noi (ci sono anche io sulle strade del Quartiere Latino, solo con l’animo, purtroppo), che forse la rivoluzione è possibile, è vincente. Non vinciamo, ma almeno ci abbiamo provato e, d’altronde non è che un inizio, continueremo la lotta!

Intanto vengo rimandato in greco al terribile esame di V ginnasio: altro che maturità, c’è anche la prova italiano/latino. Quindi passo l’estate a studiare nello sfiorire delle lotte, che però dovranno riprendere all’inizio del nuovo anno scolastico. E a Salerno? Resteremo sempre periferia? Passerò la mia gioventù a leggere sulla Stampa che fanno altrove? Qui da noi, in periferia al Sud, non accadrà mai nulla?

Cari lettori del mio blog, che sta per perdere il suo carattere di rievocazione nostalgica e sta per narrare la politica della contestazione, voi conoscete la risposta. Anche da noi accadrà qualcosa, poco per i destini dell’umanità e moltissimo per la mia vita. Di questo dovremo parlare perché certamente lo stato di cose presente è insopportabile e il nostro compito è quello di cambiarlo. Chiamandolo comunismo o come vi pare, ma dobbiamo cambiare.

La Festa

lara

Una telefonata inattesa

-          Ciao sono Alberta.

Avevo risposto io a telefono, tanto le chiamate erano quasi tutte per me, e invece della voce di Peppe o di Alberto che mi chiedevano se avevo tradotto le frasi di greco, sentii la sua.

-          Ciao, come stai?

Dissi con esitazione. Tutto mi aspettavo, fuorché di essere colto da una sua telefonata, e mi fantasticai chissà cosa, prima di capire che ero invitato a una festa a casa sua.

-          E porta anche Peppe, se hai piacere.

E finì lì. Aveva altre cento telefonate da fare, immaginai, non poteva perdere tempo con me in chiacchiere inutili e convenevoli, e ci rimasi male, prima di rendermi conto quella sarebbe stata la mia prima festa da ballo. Non so come ressi all’aspettativa, a scuola la distrazione crebbe ulteriormente e certamente mi beccai qualche urlo infausto dalla professoressa C. Ma ne valeva la pena, andavo a ballare per la prima volta e avrei incontrato Alberta, che non vedevo praticamente dalla fine dell’estate. Finalmente arrivò il sabato, impiegai un tempo interminabile per la preparazione, manco fosse stata la vestizione di un torero. Mi feci la barba, passando più volte il rasoio sulle basette, unico luogo in cui crescevano folti i peli, ma lo passai anche sul mento, sperando che presto anche lì sarebbero spuntati. Mi tagliai in più punti, con l’acne era duro giocare! Mi lavai a lungo e poi indossai il vestito blu, riadattato da un vecchio vestito di mio padre che a lui non andava più. Era bellissimo, a doppio petto e con i bottoni dorati. Ero io che ero brutto, mi guardavo allo specchio e me lo dicevo con dura franchezza: “perché mai Alberta dovrebbe dare credito a uno brutto come te?” eppure dovevo andare. Aspettai Peppe, che arrivò acchittato e profumato come me e ci avviamo a casa di Alberta. Appuntamento alle 18 e noi alle 17,59 bussammo. Venne la mamma ad aprirci e ci fece accomodare nel salone desolatamente vuoto: eravamo i primi.

-          Alberta arriva subito, sta finendo di prepararsi.

Imparo a ballare

Aspettammo in silenzio, e finalmente comparve lei, luminosa e sorridente. Io le consegnai il libro che avevo comprato – La ragazza di Bube – e Peppe i cioccolatini che aveva rimediato la madre. E iniziammo una conversazione che fu a senso unico, Alberta parlava e noi ascoltavamo imbarazzatissimi. Poi, poco a poco, iniziarono ad arrivare gli altri invitati, i ragazzi tutti incravattati, le ragazze regolarmente in minigonna. Io fui sollevato dell’abbandono di Alberta, e mai avrei immaginato che sarebbe andata così. Iniziò la musica, suonata da dischi su uno stereo, e io e Peppe, che non avevamo niente da dirci – noi che passavamo ore a conversare – guardammo lo strano evento con curiosità e paura. Paura di fare brutta figura, di essere notati e di non esserlo, di ballare – e come cazzo si fa? – e di sembrare quelli che non sanno ballare. Gli invitati continuavano a arrivare, tutti con un disco in dono – la prossima volta sapevamo come fare, altro che libri e cioccolatini – ridevano, si salutavano calorosi, e noi sempre più nascosti e invisibili. Fin quando Alberta non venne ad invitarci a ballare, contravvenendo alle regole, prima me e poi lui, trascinandoci in un lento. Il mio era il Tema di Lara, che allora imperversava dopo il successo del Dottor Zivago, che anche noi avevamo visto a cinema, annoiandoci un po’. Era la prima volta che abbracciavo una ragazza, che ne sentivo il profumo da vicino, ero emozionatissimo e felice. Il Tema finì presto, prestissimo, e toccò a Peppe, ma io avevo capito come si fa, e andai a invitare Nadia, e poi Licia e Teresita, che conoscevo dalla spiaggia, e poi anche altre ragazze, sconosciute, che accettavano, mi chiedevano come mi chiamavo e che classe facevo, e si facevano cullare da me. Alcune ti toccavano con evidente ritrosia, scostanti, altre si stringevano. Una mi circondò il collo con le mani e io la presi sui fianchi, la cosa mi sembrò meravigliosa e per un attimo, almeno con il pensiero, tradii Alberta, che ballava con tutti e per cui, dopo la prima volta, non ci fu altra occasione.

A un certo punto le danze si interruppero, e ci trasferimmo in un’altra stanza per mangiare. Quel buffet fu identico ai tanti altri in cui mangiai alle feste che frequentai dopo: pizzette, rustici e gli immancabili panini all’olio con un po’ di burro e una fetta di salame. Parlando con la signora Rosco, che allora viveva a 500 km. da Salerno, ho scoperto che anche da lei il panino con salame e burro, inesistente nel resto dell’anno, compariva alle feste da ballo, regolarmente infilzato da uno stecchino, che poi ti rimaneva in mano e non sapevi dove buttare. Non so se in altre pari d’Italia era così e invito tutti a segnalarlo.

Dopo aver mangiato, e bevuto aranciata e coca cola, si passò ai balli svelti, agli shake, come li chiamavamo, ma qui a buttarsi furono quasi esclusivamente le ragazze e io e Peppe potemmo esimerci senza imbarazzi.

La festa finì, noi due ce ne andammo quando iniziarono ad arrivare le citofonate di padri che venivano a prendere le figlie: eravamo stati i primi, non saremmo andati via per ultimi. Era tardi, rispetto ai nostri abituali orari di rientro, le dieci almeno. Camminammo scambiandoci poche frasi e nessun commento sulla serata. Ero felice, questo lo ricordo bene, ma non so a che serva saperlo adesso. 

Il primo compagno

lungomare

Che vuol dire essere comunisti? 

Finita l’estate, finiti i rapporti con le ragazze. Non so perché, ma allora a Salerno le cose funzionavano così: durante l’anno scolastico si ritornava alla segregazione: maschi con i maschi, femmine con le femmine. Ci si incontrava a lungomare la domenica, ci si salutava, ma per il resto contatti ridotti al minimo; solo le feste erano occasione di incontro ravvicinato, ne parleremo.

Io uscivo con gli amici ogni giorno, si andava a passeggio su  e giù per il Corso, destinato alla socialità invernale, a parlare e a litigare. Ci limitavamo a quello, passeggiare e parlare, altro non ce lo consentiva non solo il portafoglio, ma anche la mancanza di proposte. Intorno a noi i fermenti crescevano e coinvolgevano in particolare i giovani. Vivevamo il nostro esilio in provincia convinti che da noi  non sarebbe successo nulla, che il movimento che agitava i nostri coetanei non ci avrebbe toccato, ma ne eravamo coinvolti e discutevamo, litigavamo. Io ero sempre più “comunista”, anche se il senso che davo alla definizione era sicuramente originale e non in linea con l’ortodossia. Ero per qualunque cosa si muovesse in giro, per qualsiasi sommovimento, qualsiasi contestazione, rivoluzione, sovversione, che avesse luogo in una parte del mondo. Mettevo insieme i capelloni e i Viet-cong, le canzoni dei Beatles e le sommosse nei campus statunitensi, Che Guevara e i sassi al Cantagiro contro Claudio Villa, gli hippy e il tifo per Cuba alle Olimpiadi. Amavo il casino e facevo casino, ma solo a chiacchiere, perché nella sonnolenta Salerno nulla poteva accadere. E allora litigavo con gli amici al Corso e al Lungomare, praticamente da solo, perché gli altri erano o contrari al mio sovversivismo da passeggio o indifferenti. Finché, nel pieno di una discussione, non intervenne a mia difesa Vincenzo, con argomenti molto documentati (almeno così mi parvero allora) e molto coerenti con i miei.

Compagni!

Vincenzo era arrivato in quarta ginnasio e si era inserito nel mio gruppetto formatosi alle medie. Arrivava trafelato agli appuntamenti perché era sempre in ritardo, parlava poco e ascoltava molto, era distratto oltre ogni ragionevolezza e tutti lo prendevamo in giro per questo. (Mitica la sua compiaciuta esibizione, perché si prendeva in giro da solo, con due calzini di colore diverso che aveva indossato venendo a scuola). Io lo apprezzavo non solo perché ascoltava paziente le mie lamentazioni amorose, ma anche perché leggeva molto, forse più di me, pur avendo gusti assai diversi: a me piacevano oramai gli americani, Hemingway, Steinbeck, Caldwell, a lui i russi che io detestavo. Ma che fosse anche lui un comunista, non lo sospettavo. E invece, intervenendo a mia difesa in quella discussione su chissà quale argomento, dimostrò che non solo di Dostoevskij e di Tolstoj erano fatte le sue letture.

Quando ci salutammo con gli altri, rimanemmo io e lui a chiacchierare, e ci rivelammo sempre più la condivisione di idee, la comunanza di ideali e speranze. Non voglio ricordare le stupidaggini che potemmo dire quella sera, le idee balzane e bislacche che animarono il reciproco conversare. Quello che ricordo è che fui felice: avevo conosciuto il mio primo compagno e la rivelazione fu straordinaria. “Compagno”, non ci definimmo così e non ci sentimmo realmente tali, eravamo già amici e compagni di scuola, e la lotta non era ancora alla nostra portata. Eppure, oggi so che eravamo compagni,  e lo saremmo stati per sempre, un livello di amicizia superiore, di condivisione totale non solo di sentimenti, ma anche di ideali. Come avremmo potuto dimostrare il nostro comune sentire? Lo scoprimmo presto, molto prima di quello che potevamo lontanamente immaginare.

Al Ginnasio, finalmente!

tasso

La selezione in classe

Mi sono sempre chiesto come fu che la scuola che reggeva – apparentemente – su solidissime basi, sia crollata nel 1968 al nostro primo starnuto. Poi penso  a quello che era davvero la scuola di allora, e mi rendo conto che non poteva che crollare.

Nel 1966 iniziai il ginnasio e piombai dalla modernità della scuola media dell’obbligo al Medio Evo cupo del ginnasio. Solo la numerazione mi doveva insospettire: facevo il IV ginnasio senza aver fatto il primo, il secondo e il terzo, semplicemente perché il ginnasio inferiore era stato abolito già nel primo dopoguerra (almeno credo, mio padre e mia madre avevano appunto fatto tutti e due i ginnasi), ma nessuno aveva pensato di cambiare la sequenza numerica. A questa inconcludenza aritmetica, si accompagnava la gestione, praticamente in esclusiva, della professoressa di lettere, che insegnava italiano, latino, greco, storia e geografia, e cioè ci faceva compagnia per la quasi totalità delle ore (e per le uniche che contavano davvero, cioè quelle di latino e greco). Erano tutte donne, le insegnanti di lettere del liceo, e al mio, il glorioso Tasso, facevano a gara  a chi manteneva una fama di maggior ferocia. A me toccò la professoressa C., che a distanza ho rivalutato perché in fondo credeva in quello che faceva e lo faceva con passione, ma  che si impegnò subito per farsi odiare. L’arrivo di noi della media, che non avevamo studiato il latino in modo adeguato e che – orrore! – non avevamo letto l’Iliade e l’Odissea, la turbava irresistibilmente. “Se non siete adeguati al classico, andatevene allo scientifico”, era il suo ritornello, nell’idea che doveva duramente selezionare e lasciare in vita solo i migliori. Alcuni aderirono all’invito, nel primo trimestre avemmo quattro/cinque abbandoni, e chi non si adeguò, dovette comunque sopravvivere fino a giugno, quando cinque furono bocciati. Senza contare che l’anno successivo in quattro non furono ammessi all’esame e cinque vi furono bocciati.  Quindi la professoressa C. fece fuori in due anni una ventina di studenti.

La didattica

Ma il meglio di sé la C. lo offriva durante le interrogazioni, in cui pretendeva che l’intera classe alzasse la mano se sapeva rispondere e, senza preavviso, chiedeva la risposta non all’interrogato ufficiale, ma a chi aveva alzato la mano, per cui non era possibile bluffare. E, visto che in realtà ogni area geografica della classe si basava su un paio di persone che sapevano rispondere e che suggerivano ai vicini, quando la domanda non era alla loro portata, tutto un gruppo rimaneva con la mano abbassata, scatenando le ire della professoressa che urlava contro i soliti ignoranti. I suoi insulti preferiti erano “Sciagurato” e “Perdigiorno”, e tutti noi ci siamo sentiti ripetere l’accusa, eccetto i tre/quattro che sedevano vicino a Gianlorenzo che sapeva tutto e che suggeriva bene. Io ho odiato i Promessi Sposi perché la C. lo amava  e ce lo fece riassumere interamente per iscritto; mi sembrava un esemplare di romanzo democristiano, non solo per la religiosità sempre presente, ma per la moderazione dell’autore, per il suo perbenismo, per la sua esaltazione del quieto vivere. (Che stupore quando da adulto l’ho riletto e ho scoperto la sua ironia e il suo sostanziale pessimismo). Detestavo Lucia, che era troppo buona e impacciata, e che invece dovevo lodare nelle interrogazioni e nei temi. Perché poi tutto si concludeva in una fiera dell’ipocrisia: vinceva chi parafrasava al meglio il pensiero della C. che peraltro era davvero democristiana, con un marito consigliere provinciale della Balena Bianca. E quindi giù a lodare Virgilio e la sua pietas, Manzoni e la provvidenza, Cicerone e la sua eleganza. E a tradurre frasi su frasi, a imparare verbi irregolari, a esercitarsi sui periodi ipotetici di ogni tipo, a declinare aoristi e piuccheperfetti. Che idea punitiva dell’istruzione, che pena e che fatica, che spreco di intelligenza!

Noi volevamo conoscere, almeno alcuni di noi, volevamo apprendere cose nuove, volevamo stupire il mondo e stravolgerlo. Volevamo anche studiare: tutti i primi della classe, compreso il nostro Gianlorenzo, avrebbero aderito alla contestazione, anche senza diventarne i leader, troppo presi dall’aoristo per occuparsi anche di Marx e Marcuse.  Ma odiavamo quella scuola ottusa e prepotente. Non avevamo idea di quanto fosse precaria, e presto lo avremmo scoperto. Il tempo delle professoresse C. era finito, ed è duro rimpiangerlo.

I Beatles e me

beatles

 

I commoventi anni 60

Non riesco a sentire una canzone dei Beatles senza commuovermi.  È ovvio, la musica non c’entra, o perlomeno, c’entra fino a un certo punto; quello che davvero conta è che i Beatles sono la colonna sonora della mia giovinezza, e quindi quando ascolto anche le meno complesse e belle delle loro canzoni (Obladì Obladà o Back in USRR, che, chissà perché, non mi è mai piaciuta) è della mia prima gioventù che mi ricordo, e mi commuovo. Se c’è un momento dei magnifici anni 60 in cui davvero mi sono sentito aperto al nuovo, voglioso di scoprire, ambizioso e ottimista, è quello della mia provinciale e balorda epoca da beatle fan, prima della politica, che avrebbe comportato altre speranze, ma anche responsabilità e sconfitte. Invece, mentre ascoltavo le canzoni dei capelloni di Liverpool, mi sentivo libero e felice come non sarebbe più accaduto.

Help e la mancata crisi isterica

E dire che non era facile in Italia, proprio negli anni del massimo successo, ascoltare le loro canzoni. I media parlavano solo del fenomeno sociale e generazionale: i giovani che, presi da follia, urlavano e perdevano il controllo mentre ascoltavano le loro canzoni. Vedere in televisione quelle mie coetanee inglesi che si agitavano, lottavano contro i poliziotti per raggiungere i loro amati, si scatenavano ai loro concerti, mi aveva fatto credere che nella loro musica ci fosse una malia che solo noi giovani potevamo comprendere. In televisione e per radio le loro canzoni non passavano, e io mi chiedevo se, quando avessi ascoltato la loro musica, anche io avrei subito il rapimento e l’estasi. Quando finalmente ascoltai un loro disco – ricordo perfettamente, era Help – francamente ci restai malissimo: era una canzone come le altre, non induceva in me alcuna crisi di follia, nulla, se non un piacevole ascolto. Ma non mi arresi, ero giovane e dunque avrei saputo cogliere il loro fascino segreto, e allora cercai i loro dischi, ascoltai qualcosa al juke box, scoprii che una trasmissione del sabato pomeriggio alla radio (la mitica Bandiera Gialla) trasmetteva le loro canzoni e quelle internazionali della generazione del beat (nulla a che vedere con la beat generation di qualche anno prima), e divenni ufficialmente beatle fan. Il che si tradusse in attesa sfibrante che uscisse un loro nuovo disco, nell’acquisto della rivista della nuova musica, Ciao Amici, e nel tentativo di vestire anche io come loro. Quando però espressi a mio padre il desiderio di comprare gli stivaletti e una camicia a fiori, gli sentii dire, con sentenza inappellabile, la prima parolaccia che pronunciò davanti a me: “non ti faccio andare in giro vestito da ricchione”. La faccenda si chiuse lì, il massimo che ottenni fu una camicia a righine colorate e un pantalonaccio marrone a quadretti, che indossavo nelle grandi occasioni e che doveva farmi sembrare incredibilmente ridicolo. Ma era la prima volta che ero attento a quello che indossavo e mi sentivo orgogliosissimo. Inoltre buttavo sulla fronte, appena uscito di casa, il ciuffo così che sembrasse una frangetta, e andavo girando per la città con Peppe e Alberto che un po’ si vergognavano di me. Alberto in particolare era d’accordo con mio padre sulla virilità dei capelloni, e con lui attaccavo discussioni che finivano spesso in litigio, con me che identificavo il capello lungo con la libertà e lui con la dissolutezza molle.

Poi, rientrato a casa, ascoltavo i dischi che avevo comprato fino a farli consumare, solo i 45 giri, perché per gli LP non c’erano i soldi; ma Michelle, Girl, Eleanor Rigby, Starwberry fieldds for Ever, Penny Lane, All you need is love, le avrò messe migliaia di volte (“migliaia” non è un’iperbole), e sempre mi accorgevo che quella malia mi aveva preso e  non mi avrebbe abbandonato. Per cui, non fatemi ascoltare i Beatles, per favore, è triste vedere un vecchio che si commuove.

Primo Maggio nel ventennio

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Piccoli eroi 

Papà, in occasione di un primo maggio mi aveva raccontato la storia dei fratelli Mancinelli, gli unici comunisti noti a Potenza negli anni del ventennio.

I fratelli Mancinelli (la memoria mi dice che si chiamassero così, e papà non può più aiutarmi a ricordare) erano due falegnami che avevano bottega al centro di Potenza, una povera bottega come tutto era povero a quei tempi in Italia, e in Basilicata ancor più. Erano persone tranquille e poco visibili, “rispettose”, come erano allora i poveri e i lavoratori. Ma avevano una caratteristica bizzarra agli occhi del bambino – papà era del 1924, anno II dell’era fascista –  che era stato educato a una fede d’acciaio nel regime e nel Duce: i fratelli Mancinelli erano comunisti.  Papà nulla sapeva del comunismo, se non che era un abominio che dominava la Russia, eppure questa fede diversa lo incuriosiva, seppur si manifestasse in un unico modo evidente e plateale. Ogni Primo Maggio i fratelli Mancinelli chiudevano la bottega e, qualsiasi fosse il tempo, andavano in campagna per mangiare pane e frittata con le famiglie. Il posto era sempre lo stesso, e lì li aspettava la decina di squadristi della città (Potenza non aveva avuto né un forte movimento operaio, né uno squadrismo degno di questo nome), che li manganellavano e davano loro da bere l’olio di ricino. L’indomani la bottega dei Mancinelli riapriva e tutto tornava come prima, in attesa del successivo Primo Maggio e di quello che ai potentini pareva una bega di provincia più che una manifestazione politica di opposizione. E questo per venti anni. Quando dopo l’8 settembre il fascismo anche a Potenza si squagliò, i fratelli Mancinelli, insieme a una decina di altre persone, andarono alla Casa del Fascio, sfondarono la porta e la occuparono in nome del Partito Comunista, di cui quella sede divenne la Federazione. Mio padre, giovane avvocato, lì si iscrisse al partito e lì conobbe personalmente i fratelli, che lo trattarono con il rispetto dovuto a un intellettuale che aderiva alla causa.

Io ascoltavo questa storia e non vedevo l’ora di manifestare anche io il comunismo che mi bruciava dentro, e che non sapevo come esprimere. Di lì a pochi anni, troppo pochi, divenni comunista per davvero e diedi vita alla mia epopea, più avventurosa certamente, ma meno eroica di quella dei fratelli Mancinelli, che sono morti nulla sapendo, beati loro, di quello che sarebbe accaduto alla loro causa. E la mia convinzione, in memoria dei tanti piccoli e grandi eroi che hanno dedicato la vita a una causa sbagliata, voglio ricordare che avevamo torto, ma stavamo dalla parte giusta, se non della storia, almeno della morale.

Perché Alberta?

arcobaleno

L’Arcobaleno e il tempo dell’amore

Cara Alberta, carissima mia Alberta, perché non hai voluto diventare, allora che ti amavo tanto, la mia ragazza? Eppure ti amavo, come ti amavo.

Appena arrivato allo stabilimento balneare, l’Arcobaleno con le sue cabine a tucul, guardavo subito  in sala se eri arrivata, se già stavi in compagnia di qualcuno a chiacchierare. Speravo di no, volevo vederti arrivare, mi piaceva quando eri tu ad affacciarti per cercarci (per cercarmi speravo) e ci salutavi, e io contavo di incontrare il tuo sguardo per qualche secondo in più degli altri. Una volta, una sola volta, accadde che c’eri tu sola e per qualche minuto restammo noi due insieme senza il circolo di tutti gli altri. Era rarissimo stare da soli, eravamo sempre in gruppo, casinisti e un po’ eccitati, e io potevo strapparti solo qualche piccolo commento diretto, per il resto parlavamo tutti insieme, e tu eri normalmente stupidina, come le altre in fondo (e io ero stupidissimo, come e più degli altri). Ma quella volta, e le poche altre che riuscimmo a stare soli, intravidi il resto, una profondità inaspettata, che mi inquietò e spiazzò. Ma durò poco, presto arrivò qualcun altro e tornammo alle nostre stupide chiacchiere.

Come eri bella, cara Alberta! Non era per questo che ti amavo, ma certo eri la più bella dell’Arcobaleno, e, probabilmente, del litorale. Gli occhi verdi, grandi e un po’ persi, non sorridevano mai. Eppure avremmo dato la scalata al mondo, Alberta, lo sapevi che sarebbe toccato a noi, che il mondo era nostro. E invece, anche quando sorridevi, gli occhi restavano velati e distratti. Eri dolce, non reagivi mai male alle nostre sciocche provocazioni, ci guardavi con un po’ di tenerezza, muovevi i lunghi capelli castano scuri, quasi neri, e sorridevi, ma non con gli occhi. E portavi con disagio quel tuo aggressivo corpo da donna, che effetto faceva essere guardata da tutti gli uomini della spiaggia, tu che ieri eri ancora una bambina? Eppure non perdevi mai la tua dolcezza, e ti lasciavi amare da me. Perché non hai voluto diventare la mia ragazza?

La dichiarazione (che non ho fatto)

Come dici? Perché non te l’ho mai chiesto? Ma che bisogno c’era di chiedertelo, lo sapevano tutti, a tutti lo avevo detto. Lo avevo detto a Peppe e Alberto, che imbarazzati e stanchi del mio amore, cercavano di farmi cambiare argomento, di farmi tornare al calcio e alle femmine, quelle della nostra fantasia. Lo sapeva mia madre, che mi prendeva in giro con un po’ di cattiveria gelosa. Lo avevo detto a tutti i ragazzi della compagnia, che mi evitavano per non sentirsi dire sempre le stesse cose (e perché erano anche loro, in gran parte innamorati e non volevano rivali). Lo avrei detto a Giso, sfinendolo, così che quando ti conobbe, era già innamorato di te, e sappiamo come è finita (ma sono fatti dell’anno successivo, e allora gli anni duravano molto di più). Che bisogna c’era di dirtelo? E tu, che avresti risposto, se alla fine lo avessi confessato a anche a te, il mio amore incondizionato?

Parli ancora, dal passato, mia dolce Alberta? Che dici? “Dipende”. Allora ho avuto una chance, e da che cosa sarebbe dipeso? Da come te lo avrei detto? Ma avevo già la dichiarazione pronta, l’avevo provato tante volte, l’avevo anche recitata a Vincenzo, che sbuffava imbarazzatissimo. A te però, hai ragione, non l’ho detto mai. E non saprò mai che avresti risposto. Perché appunto sarebbe dipeso.

Mi toccherà riprovarci nella prossima vita se mai ce ne sarà un’altra e se riuscirò a portarmi dietro l’inutile saggezza di oggi. Quello che conta, è che ti ho amata, e questo nessuno potrà negarlo, perché tutti lo hanno saputo. A parte te.

La Corea

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I Mondiali in Inghilterra 

Lasciamo per un po’ le fanciulle in fiore e torniamo a passatempi virili. Luglio 1966, Inghilterra, mondiali di calcio. Arrivo preparatissimo. Non solo l’album delle figurine Panini, ma anche un libro storico di Gianni Brera, allegato a Epoca, mi ha istruito. So tutto sul passato, la vittoria dell’Uruguay nel primo mondiale, i trionfi azzurri, la sconfitta al Maracanà dl Brasile che già festeggiava, ma governo anche la tecnica: “metodo” contro “sistema”, difesa contro attacco, noi siamo squadra femmina, dobbiamo difenderci – prima non prenderle – e poi colpire in contropiede. Ma, secondo la filosofia di Brera, ciò non vale solo per noi, vale sempre: la partita perfetta finisce 0 a 0, il goal è un errore della difesa. Il Brasile del 1958 in Svezia non conta, è un epifenomeno, un fatto irrilevante, quello che conta è la teoria, appunto, e questa dice che ci si difende per vincere.

La Nazionale è forte, abbiamo solo italiani e niente oriundi, ci sono gli uomini dell’Inter che sta vincendo in Europa e in Italia, Burgnich e Facchetti, c’è il blocco del Bologna, che piace a Fabbri il  felsineo allenatore,  e c’è il mio mitico Rivera. E siamo squadra difensivista, quindi nulla può andare male, teoria e prassi coincidono, faremo bella figura.

Il mondiale va tutto in diretta tv, è  una novità, e io seguo tutto e con Peppe, Alberto e gli altri amici calciofili commento, discuto, argomento. Il calcio è chiacchiera colta, lo scopro in quel momento. Il Brasile non è lui, Eusebio è un grande centravanti, L’Ungheria gioca un bel calcio, l’Inghilterra è forte ed è in casa, è la squadra da battere. Noi vinciamo facile con il Cile che ci aveva umiliato quattro anni prima, poi perdiamo con la Russia, ma per superare il turno ci serve solo pareggiare con la Corea dl Nord, sarà una passeggiata. Per goderci la passeggiata con i miei andiamo a Formia, dove mio zio passa le ferie. Giornata al mare, cena e poi tutti insieme davanti al televisore dell’albergo, a guardare la partita: si vede male, ma siamo tanti e si fa il tifo. Se poi, dopo il primo tempo vediamo che i giochi sono fatti, riprendiamo la macchina e torniamo a Salerno.

La sconfitta

Tutti sanno come è andata, la sconfitta con la Corea, che non ha avuto altre glorie calcistiche, fa parte della leggenda nera del paese: Custoza, Caporetto, l’8 settembre, e ora abbiamo anche la battaglia persa di Middlesbourgh, in cui un dentista di cui ricorderò sempre il nome – Pak Doo Ik – fa fuori Facchetti e infila Albertosi. Il secondo tempo, con Bulgarelli che esce per infortunio e non viene sostituito – allora non era possibile – è una pena, non facciamo il goal che ci serve e si torna a casa. Anche noi, famiglia Rosco, torniamo a casa, con mio padre scatenato in una folle corsa in cui batte tutti i record di percorrenza Formia/Salerno, senza dire una parola, nemmeno per insultare mia madre che lo implora, per il bene dei figli, di andare più piano.

Il mondiale finisce lì. Seguo con distacco da esperto le altre partite e ritorno alle mie fanciulle, che non mi tradiranno, almeno loro (quante Coree, invece, avrei subito su quel fronte!). E imparo alcune cose che mi serviranno per il resto della vita. L’Italia, non solo calcistica, è capace di fare il peggio, quando te l’aspetti e quando non te l’aspetti, è sempre pronta a deluderti. La palla è rotonda, cioè tutto può sempre accadere, la ragione non ha un ruolo inesorabile per determinare i casi della vita: non sai mai come andrà a finire, anche se hai preparato tutto al meglio. Non bisogna andare in macchina con mio padre quando c’è il rischio che si incazzi, e quindi mai dopo una partita o un’elezione politica. Come si vede, anche le sconfitte fanno diventare saggi.

Ps Controllando su wikipedia, scopro che non c’era Burgnich quella sera, ma Landini. Chi cazzo era? E poi, per smentire quello che era un elemento assodato, pochi anni fa abbiamo scoperto che Pak Doo Ik non era un dentista, e nemmeno un igienista dentale. Ma chi diffuse questa leggenda metropolitana?

 

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