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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Uccidere il padre

 

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Dall’inizio della contestazione e per tre anni buoni, con mio padre non parlai. Le nostre comunicazioni si fermavano all’utilità pratica (mi passi il sale?) e al litigio politico. Litigai ferocemente con mio padre quell’anno e quelli successivi, normalmente a tavola, quando eravamo costretti a stare insieme. Prima e dopo, ognuno faceva la sua vita, ignorando l’altro: mio padre nulla sapeva dei mie studi (non è che ci fosse molto da raccontare in proposito, peraltro), e io del suo lavoro. Mamma che aveva fatto sempre da mediatrice, non sapeva che fare, si arrese presto, incapace di scegliere. Ero profondamente convinto di avere ragione, non tanto sui termini dei litigi, quanto sul fatto che si doveva litigare, che la contestazione non aveva senso se non coinvolgeva innanzitutto la famiglia. Strafottente e arrogante, portavo avanti la mia vita e le discussioni con il solo vero obiettivo di far perdere la pazienza a mio padre, cosa che mi riusciva facilissima.

 

Quello che accadeva da me, accadeva più o meno ovunque. Chi aveva un padre di destra, conservatore, aveva in qualche modo vita più facile: si combatteva dai lati opposti della barricata Chi, come me, ne aveva uno progressista, trovava altre resistenze, perché i padri di sinistra si sentivano due volte frustrati, accusati non solo di non essere padri adeguati, ma anche di non essere – abbastanza – di sinistra. Noi uccidemmo il padre quell’anno, e non è che avemmo la strada spianata: erano padri difficili quelli, che non avevano nessuna intenzione di farsi da parte. Ma eravamo troppo diversi da loro: vestivamo diversamente, ascoltavamo un’altra musica, avevamo un’altra idea del lavoro, dei rapporti sentimentali, del modo di fare politica. Ma, specialmente, volevamo decidere noi che cosa fare della nostra vita e come sbagliare, non volevamo più nessuno che ci desse consigli, indicazioni, ordini.

 

Con i nostri figli è andata diversamente. L’unico modo di crescere è quello di uccidere il padre, ma noi lo facemmo in modo così radicale e profondo, che ci siamo spaventati, e coi nostri figli abbiamo adottato un’altra tattica, quella della collusione, con il risultato che i figli non ci hanno ammazzato (nemmeno ci hanno provato, in maggioranza) e non sono mai cresciuti. E così si è verificato il paradosso: per non essere da loro ammazzati, abbiamo rinunciato al nostro potere, ed eccoci qui, pronti ad obbedire ai loro bisogni e ai loro capricci; per evitare di perdere il potere che avevamo conquistato, abbiamo deciso di colludere con i nostri figli, di diventare loro amici, di aiutarli e comprenderli, e di smettere di educarli. Chi mi conosce sa che parlo da irresponsabile, nel senso che figli non ne ho avuti, ma quelli dei miei amici sono lì a documentare questo nostro fallimento.

 

Ci sono gli elementi di colore, in questa nostra ritirata. Tutti conosciamo i casi di amici che costruiscono le loro agende sulle mille attività dei figli: al pomeriggio lezione di piano, poi di corsa in piscina, alla lezione di karate e poi al ballo, alla festa di compleanno e ancora ad assistere alla – loro –  partita di calcio. E la sera a cercare di aiutarli nei compiti a casa, sperando di non fare troppe brutte figure. In un incastro di impegni e appuntamenti degni di un manager dell’informatica, e non di una coppia di pargoli, si inseguono i figli in giornate che abbiamo riempito noi stessi. E poi dobbiamo consolarli delle defaillances, capirne le crisi, prendercela con gli insegnanti che non li capiscono.

 

Le famiglie, che, quando io ero bambino, si costruivano sui bisogni dei “grandi”, oggi si modellano invece sui bisogni dei piccoli: sono loro che determinano ritmi e tempi, e i genitori finiscono per adattarsi, adeguarsi, farsi da parte. I bambini oggi non hanno problemi a stare con i grandi, parlano con loro disinvoltamente, danno del tu a tutti, chiedono e ottengono che si faccia silenzio per ascoltarli, o per poter ascoltare quello che interessa loro. In quante cene abbiamo dovuto abbassare la voce perché i figli dovevano vedere  i cartoni in televisione? Abbiamo dovuto fingere interesse ai video-giochi che ci venivano illustrati e commentati? Abbiamo dovuto interrompere le conversazioni perché dovevamo urgentemente rispondere alle domande dei bimbi?

 

Quando era bambino io, venivo esibito ai grandi in visita per pochi minuti, acconciato in modo più o meno formale a seconda dell’importanza dell’ospite, e poi, dopo aver risposto in modo educato – e dando del lei – ad annoiate e rituali domande (che classe fai? Vai bene a scuola?) potevo finalmente fuggire in camera mia a giocare con mio fratello, lontano dalle chiacchiere dei grandi. Ma senza fare troppo rumore, se no arrivava qualcuno – mia madre o mio padre, a seconda della crescente gravità – a richiamarci bruscamente all’ordine.

 

Poi, appunto, ho deciso di ammazzare mio padre, e il problema della convivenza con i grandi non si è più posto: erano nemici, e quelli che volevano colludere più degli altri, accusati, guarda caso, proprio di paternalismo. (Mio padre no, non ha mai nemmeno cercato di colludere: lui giudicava, ed era inflessibile. Ricordo benissimo una volta che attribuii un mio insuccesso alla sua presenza; lui mi disse brusco: “non ti permettere di dare la colpa a me di quello che ti succede! Prenditi le tue responsabilità e sii uomo.”).

 

La colpa è nostra, lo ripeto, che ci siamo sottratti al nostro ruolo, che non abbiamo voluto giocare la nostra partita. Ci siamo compiaciuti del fatto che i nostri ragazzi ascoltassero i Beatles, che mettessero la maglietta del Che, che guardassero i film di Woody Allen, ed ora non possiamo pretendere che vadano via di casa, e che finalmente ci lascino liberi. Liberi, se non di comandare, almeno di non obbedire più.

 

E io, che ho perso la mia occasione, vorrei tanto tornare a litigare con mio padre, visto che di figli non ne ho avuti. Ma lui si è sottratto, non c’è più, e mi ha lasciato solo. Con chi litigo, papà? Con chi posso pigliarmela per le mie sconfitte? Come faccio, come faccio?

 

 

 

 

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