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La meglio gioventù? | blog di Miki Rosco

ed ecco la trentina inquietante, torbida d'istinti / moribondi... ecco poi la quarantina / spaventosa, l'età cupa dei vinti, / poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti. Guido Gozzano

Vestivamo da contestatori

contestazione

 

La rivoluzione non è un pranzo di gala, come è noto a tutti, ma comunque bisogna andarci vestiti adeguatamente. Io frequentavo i compagni del movimento oramai, ero sempre con loro; con Peppe, Alberto e gli altri mi vedevo a scuola e parlavo di calcio, ma ormai il mio gruppo di riferimento – come dicono gli psicologi – erano i compagni. Ci riunivamo ogni giorno, prima presso la federazione del Pci, e poi in una sede sgarrupata al centro storico, che pagava il Pci, ma che ci faceva sembrare più liberi. Tutti fumavano, in quelle riunioni, meno io e Michele, che era il leader, e assomigliare a lui mi assolveva dalla trasgressione. Le sigarette erano da compagni, come tutto: nessuno usava le Muratti o le MS che fumavano nei bagni i miei compagni di scuola, ma solo Nazionali senza filtro, o Alpha, con il pacchetto bianco e un’alpha disegnata in rosso. Le facevano con l’aglio, a ricordare la puzza che producevano.  Totonno preferiva le Sax, le più forti, a suo dire, che costavano venti lire più delle Alpha e puzzavano quasi altrettanto. Se si facevano soldi si passava alle Marlboro, che erano le uniche tollerate della produzione internazionale.

Se mi sottraevo al fumo, però, andavo vestito come gli altri. Perché c’era una divisa da contestatore, ed era facile riconoscerci per strada, quando, finita la riunione, uscivamo tutti insieme, venti o trenta, spavaldi e con lo sguardo fisso sull’avvenire. Nessuno aveva il cappotto, capo borghese per eccellenza; l’eskimo, tendenzialmente marrone, con grande cappuccio, o meglio il montgomery verde, erano i capi di ordinanza. Io avevo un giaccone blu da nostromo, maglione e jeans di velluto a coste piccole e ai piedi le polacchine. Era un abbigliamento giusto per i cortei e gli scontri con i fascisti, ma era sostanzialmente la nostra divisa, che tutti portavamo con orgoglio. Mi feci a un certo punto anche il basco, quello di Che Guevara per intenderci, che molti di noi portavano con sfida. Alberto il cattolico – non l’amico delle medie, un altro Alberto, cattolico ma più estremista di me – si cucì sul basco che aveva comprato anche lui, una stella rubata al padre carabiniere, una stella della sua divisa, e mi fece morire d’invidia, perché davvero così aveva reso il suo basco uguale a quello del Che. Fu così abbigliati che ci vide il professore C. , quello di greco, che ci guardò tra il divertito e lo scandalizzato. Alberto fu rimandato in greco e per anni ha attribuito la sua insufficienza a quell’incontro maledetto. (io però non fui rimandato; forse perché non avevo la stella? O perché alle versioni avevo preso 6 a differenza di Alberto?).

I nostri capelli erano tutti lunghi e incolti, come incolte erano le barbe che quasi tutti portavano. A me non cresceva ancora omogenea su tutto il volto, nonostante passassi e ripassassi il rasoio anche dove non c’erano peli, nella speranza di far crescere quello che non c’era. Desideravo la barba con tutte le mie forze e quando finalmente in terza – due anni dopo! – crebbe regolarmente, la lasciai libera e da allora non l’ho più rasata. Mi è rimasto questo del mio essere contestatore, una barba ormai inesorabilmente incanutita. Non so se in questo c’è una morale o se possiamo trasformare tutto in metafora. So che la barba mi resterà per sempre, un po’ per pigrizia, molto per abitudine (chi si riconoscerebbe più, se la tagliassi?), un po’ – pochissimo – per nostalgia di quei tempi. E non mi vesto nemmeno ora da borghese, cosa che, peraltro, non fa più nessuno. Anche questo forse è metafora di qualcosa, ma non mi voglio sforzare per capire di che.

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